CARTELLINO ROSSO | 18 Novembre 2016

UE, Turchia in bilico dopo lo stop di Vienna

Altolà da Vienna: Austria contraria a proseguire i negoziati per l'ingresso di Ankara nell’Unione Europea. Mentre si moltiplicano i preoccupanti interrogativi sul futuro della Turchia, che nella mappa delle democrazie resta un paese «parzialmente libero»

di LUCA PIACENTINI

Gli studi sulla democratizzazione non collocano la Turchia tra i paesi liberi. Nella mappa mondiale 2016, Freedom House assegna ad Ankara un punteggio di 53 punti (per un confronto: Canada 99, Usa 90, Gran Bretagna 95, Italia 89). 

Su una scala da uno a sette, la situazione dei diritti politici vede assegnare 3 punti, 4 alle libertà civili, mentre il rating complessivo è di 3,5 punti, il che colloca la Turchia tra i paesi parzialmente liberi. 

Le ricerche sulla cosiddetta «Terza ondata» di democratizzazione (dal titolo del famoso saggio di Samuel Huntington), che prendono in esame la diffusione della democrazia dagli anni Settanta fino ad oggi classificano il paese mediorientale come semi democrazia, caratterizzata cioè da grande instabilità e oscillazioni tra miglioramenti e peggioramenti dei requisiti minimi di democrazia, intesa secondo una visione procedurale. 

Il modello ideale è un sistema politico dove le libertà sono diffuse e tutelate, l’esecutivo è responsabile e trasparente, l’esercito è subordinato al potere civile, le elezioni sono corrette e libere, gli organi di informazione anche (l’elenco potrebbe continuare). 

Merito di questi studi è l’avere posto l’accento sull’importanza dei fattori di democratizzazione, tra cui spicca l’influenza dell’Unione Europea. Il caso più evidente è il duplice contributo dato da Bruxelles alla diffusione della democrazia nell’Est Europa, prima in funzione destabilizzante (accelerando la fuoriuscita dei paesi ex satelliti dall’orbita sovietica), poi promuovendo riforme economiche e istituzionali verso una sempre maggiore liberalizzazione. Non è questa la sede per esaminare i dettagli. Basti sottolineare l’importanza dei fattori di ancoraggio democratico, la relazione costante e il fare rete con paesi solidamente liberi. 

Ma se nel caso dell’Europa orientale la cosa ha funzionato, non si può dire lo stesso della Turchia, che è ben lontana dall’essere considerata una democrazia completa. C’è da stupirsi? Guardando agli ultimi avvenimenti, non si può certo dire che le conclusioni degli esperti siano contro intuitive. I fatti recenti, in particolare la reazione sproporzionata del presidente Recep Tayyip Erdogan nel dopo golpe, sembrano corroborare il giudizio negativo dei politologi. 

L’ultimo episodio allarmante per libertà di informazione è l’arresto di Akin Atalay, editore del quotidiano Cumhuriyet, considerato il paladino dei giornali di opposizione al regime. Le manette sono scattate per presunte attività terroristiche. 

Nel frattempo l’Austria ha mostrato il cartellino rosso: no all’apertura di nuovi negoziati con Ankara. Lo stop è arrivato prima del vertice di dicembre (quando la questione sarà discussa nel merito dal Consiglio degli esteri) per bocca di Sebastian Kurz. Il ministro degli esteri di Vienna si è dichiarato fortemente «preoccupato» che «a causa dell'accordo sui rifugiati, in Europa qualcuno voglia comportarsi come se nulla stesse succedendo in Turchia e non ne voglia parlare». 

Kurtz ha citato gli ultimi avvenimenti negativi: «Chi non è d'accordo col governo viene intimidito, i membri dell'opposizione vengono incarcerati e la pena di morte sarà ripristinata. Cose sulle quali l'Europa non può far finta di niente. Penso che non ci siamo affatto sulle condizioni poste dalla Turchia per fare la sua parte, penso all'accelerazione del negoziato di accesso e la liberalizzazione dei visti».

Una cosa è certa: la Turchia è sempre più in bilico. Ci sono due ordini di interrogativi: il primo riguarda la democratizzazione della Turchia, il secondo l’opportunità di un suo ingresso, a prescindere dalla diffusione delle libertà, nell’Unione Europea. 

La domanda teorica è se l’Europa abbia o no perduto la sua forza di attrazione democratica, se cioè l’influenza positiva per la diffusione di regimi liberi si debba arrestare molto prima dei confini russi, dove in ogni caso si scontrerebbe con le criticità tipiche del rapporto tra grande potenza e istanze democratiche. 

Se da un lato è vero che i casi dell’Indonesia, della stessa Turchia e dell’India indicano come non vi siano culture in linea di principio impermeabili ad una sia pure parziale o imperfetta democratizzazione, neppure quella islamica (piuttosto si rileva la sintonia tra islamismo arabo e autarchia), dall’altro c’è da chiedersi ancora una volta - ecco la seconda questione - che cosa centri con un’Europa dalle radici saldamente giudeo-cristiane e dalle tradizioni profondamente liberali uno stato dove la quasi totalità della popolazione appartiene all’universo islamico, con tutte le criticità collegate (prima fra tutte l’assenza di una linea di demarcazione netta tra religione e politica) e dove tentazioni e svolte autoritarie sembrano alternarsi ormai in modo ciclico e senza soluzione di continuità. 

Di certo colpisce l’apparente isolamento della posizione austriaca a Bruxelles, sul possibile avvicinamento turco all’Ue. La speranza è che lo stop di Vienna abbia suonato davvero il campanello di allarme. E che non prevalgano gli opportunismi nazionali, la politica estera o la cieca ideologia di chi ignora l’esistenza del problema, riducendo a questione minore i fondamenti culturali e liberali di un continente. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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