TERRORISMO | 27 Marzo 2015

Un cuore educato alla Bellezza sconfiggerà l’Isis

Lo storico militare Alberto Leoni descrive i due schieramenti in lotta nell’Islam di questo tempo e invoca una rivoluzione culturale per l’Occidente

di ALBERTO LEONI

Nella precedente puntata di questa breve storia del terrorismo era stata esaminata la modalità oggi più ricorrente negli attentati eseguiti in India,  Stati Uniti ed Europa: da uno a nove individui bene armati che, con armi convenzionali, fanno strage di persone disarmate in luoghi affollati. Non si poteva certo immaginare che la stessa modalità sarebbe stata messa in atto a Tunisi al museo del Bardo.

Le forze speciali o i militari di professione ai quali deleghiamo la nostra sicurezza possono non bastare come deterrente. Chi fa fallire, almeno in parte, un attentato è, molto semplicemente una persona presente in quel luogo e in quel momento: il poliziotto di guardia al museo non era al suo posto ed è stato posto sotto processo; una guida del museo è riuscita a porre in salvo decine di turisti. Paradossalmente il terrorismo ha questo di “buono”: che non possiamo delegare più niente, anche se non siamo Rambo. A ognuno vien chiesto di fare qualcosa, là dove ci si trova.

Un equivoco da chiarire:  i turisti, con ogni probabilità non sono stati un obbiettivo secondario, una volta sfumato l’attacco al Parlamento tunisino.

In realtà i turisti occidentali sono sempre stati un obbiettivo primario, così come espresso in un manuale di Al Qaida trovato in un covo jihadista di Manchester nel 2000. Tra gli obbiettivi, a pag. 13 si legge «assassinare personale nemico, così come turisti stranieri».

L’obbiettivo strategico è chiaro: distruggere il turismo come fonte di reddito per le nazioni arabe, causare povertà e disordine sociale sul quale impiantare la bandiera dello Jihad. Nascondere questa realtà serve a ben poco e cancellare il Nordafrica dalle nostre possibili mete sarebbe davvero miope. Il disastro economico che colpirebbe questi paesi porterebbe solo a un incremento dell’immigrazione clandestina così esecrata dai politici nostrani, dotati, peraltro, di una visione culturale e politica così minimale da essere imbarazzante.  

E, invece, il modo più immediato per evitare un disastro al di là del Mediterraneo sarebbe quello di assumersi il rischio (relativo) di andare in vacanza in Tunisia, per esempio. In ogni caso è bene ricordare che anche le stazioni e gli aeroporti o le metropolitane sono obbiettivi succulenti e che non è possibile evitare del tutto questo pericolo.

E allora? Quale risposta dare? Innanzitutto partire dall’oggettività dello Stato Islamico, che risponde a molte domande, non tutte perverse, del mondo musulmano. C’è da chiedersi perché IS sia riuscito a ripristinare servizi essenziali (elettricità, fognature, amministrazione ecc.) mentre in Iraq l’amministrazione americana e irakena non erano riuscite in quest’ impresa. Un’eventuale vittoria militare conto IS non potrà essere disgiunta dalla ricostruzione del Paese, sia in Iraq che nell’emirato di Derna.

L’altra istanza che viene soddisfatta è quella, fondamentale per un musulmano, di avere una “Dar-el-Islam”, una “casa della sottomissione” dove poter vivere una fede integrale. Rileggiamo ancora il manuale di Al Qaida: «dopo la caduta del nostro ortodosso califfato il 3 marzo 1924 e dopo aver espulso i colonialisti, le nostre nazioni islamiche sono state afflitte da governanti apostati che hanno preso il potere. Questi governanti si sono rivelati ancor più infedeli e criminali degli stessi colonialisti». Quando al Baghdadi proclama la nascita del Califfato (che, va detto, pensa più a combattere contro le fazioni ribelli alla Siria di Assad che contro l’esercito siriano) richiama musulmani da tutto il mondo che accorrono in Iraq per “fare” la storia da protagonisti.  L’altro Islam, quello che combatte contro IS e subisce la stragrande maggioranza degli attentati, cosa ha da contrapporre, rispetto a un obbiettivo così affascinante e totalizzante? Ben poco, a meno che ogni musulmano padre di famiglia non guardi i propri figli (e non può non farlo) e pensi solo al loro vero bene, in primo luogo alla loro educazione. Se questo Islam non vincerà questa battaglia toccherà all’Occidente scendere in campo, necessariamente con tutti i rischi connessi, in una lotta senza quartiere fino alla vittoria finale. Non c’è spazio per trattativa come giustamente ha ricordato in queste pagine Marco Lombardi.

Perché il vero obbiettivo strategico è il cuore dell’uomo. «È nelle zone segrete della coscienza che si elabora il destino del mondo e le forze nuove che fanno crollare gli imperi sono quelle stesse che ogni uomo affronta nelle tenebre del suo cuore complice» (Daniel Rops). Colpendo al cuore con l’educazione alla bellezza, si prosciugano le fonti di reclutamento di IS, sia all’estero sia qui, in casa nostra, in Italia. Se un’insegnante, specie se donna, insegna, come è accaduto e accade, a un ragazzo pakistano il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, porta quel cuore in un mondo dove le chimere apocalittiche di IS difficilmente potranno toccarlo. E sentire un ragazzino marocchino recitare in classe “A Silvia” con tutto il sentimento che quel giovane cuore può avere è la risposta migliore a tanto cianciare intollerante che oggi si pratica per scopi politici di basso profilo. E non basta, perché c’è tutto il mondo della poesia araba e persiana da scoprire e far riscoprire: questa sarebbe vera ricchezza, non il far mangiare cibo halal a tutti o vietare il Natale.

Infine, poiché l’Islam ha il pregio di essere una religione virile, dove il coraggio e il sacrificio di sé sono enfatizzati sarà ugualmente il caso di insegnare di cosa è fatto il vero coraggio ricordando uno dei più grandi eroi del Novecento: Ahmad Shah Massoud, il “leone del Panshir” ucciso da un attentato il 9 settembre del 2001, atto preparatorio dell’attacco alle Twin Towers. Così pregava Massoud, riferendosi alla sua lotta contro i talebani: «Ringrazio, come dobbiamo fare tutti, l’Onnipotente che ancora una volta ci ha donato la sua forza e la sua gentilezza. Egli ci ha dato una nuova occasione per salvare il nostro popolo e per salvare il nostro paese. Non esiste missione migliore di quella di salvare il proprio popolo dagli oppressori, da uomini così intolleranti e lontani da Dio. Noi lottiamo per la libertà. Per me la condanna peggiore sarebbe vivere in schiavitù». Nell’aderire a queste parole sta, per cristiani, musulmani o laici la misura della propria personale, non delegabile “nobilitate”.

(3. fine - leggi il primo e il secondo articolo)


ALBERTO LEONI

Alberto Leoni (Napoli 25/12/1957), una moglie, sei figli e un bimbo in affido, otto libri pubblicati. Campo di indagine la storia militare con tutto il suo terrorizzante fascino.

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