REFERENDUM | 23 Novembre 2016

Un decalogo per il no

La campagna elettorale è diventata sempre più faziosa, e il premier anziché parlare di contenuti offende in modo diretto e grave chi la pensa in modo diverso. A fronte di questo atteggiamento, ecco un decalogo ragionato per il «no»

di GIUSEPPE ZOLA

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Sempre più arrogante la campagna elettorale del premier scout, il quale, invece di parlare dei contenuti della sedicente riforma costituzionale (come esorta gli altri a fare), si limita ad offendere anche in modo grave e volgare chi osa pensarla in modo diverso da lui. Tipico dei rappresentanti del pensiero unico. Anche l’ex presidente della repubblica (ed ex comunista, che approvò l’invasione dell’URSS in Ungheria) non scherza con la sua faziosità dimostrata di fronte al compiacente Bruno Vespa. Poi, molti di coloro che lavorano grazie alla RAI ed ai finanziamenti pubblici al cinema si sono prostrati di fronte al sì in modo indecoroso, dimostrando, così, che cosa realmente Bolle in pentola. Infatti, stanno votando sì tutti coloro che, in qualche modo, traggono vantaggi dall’attuale situazione. Alcuni di questi vantaggi sono illusori, soprattutto nel campo del mondo cattolico. A fronte di questa situazione, ho sintetizzato, in una sorta di “decalogo”, le ragioni per le quali sono sempre più convinto che sia giusto e conveniente per l’intero Paese votare NO, per poi mettersi seriamente al lavoro per produrre una riforma fatta bene. Ecco i miei dieci punti.

Nel METODO:

1) Il necessario cambiamento costituzionale deve essere fatto “insieme”, dialogando, e non a colpi di ristretta maggioranza come hanno fatto Renzi&Boschi.

2) Il quesito che ci verrà sottoposto dovrebbe contenere tutti i 47 articoli cambiati e non solo alcune voci scandalosamente demagogiche e “populiste”, su cui l’opposizione non ha vigilato a suo tempo.

Nel MERITO:

3) La modifica del titolo V porta ad una pericolosa accentuazione del centralismo statalista che, abbinato alla legge elettorale (“Italicum”), certamente vigente il 4 dicembre, favorisce una deriva antidemocratica che non può non preoccupare.

4) Il grande indebolimento dei poteri decentrati, aggravato dal diritto di supremazia che il governo si riserva, porta con sé il pratico abbandono del principio di sussidiarietà, il che dovrebbe far riflettere soprattutto i cattolici, visto che viene violato uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa.

5) Vengono soppresse le Province, ma rimangono le Prefetture di napoleonica memoria: il Prefetto sarà la vera autorità “locale”, non eletta dal popolo ed agli ordini del potere centrale.

6) Rimangono, stranamente, le Regioni a statuto speciale, con il loro enorme bagaglio di spese eccessive e con un sistema praticamente irriformabile.

7) Non viene riformata la giustizia (per paura?), che oggi costituisce il più grave problema istituzionale.

8) Non è vero che viene abolito il bicameralismo: rimane un Senato che vota su grandi e importanti questioni istituzionali, che produce un risibile risparmio economico (50 milioni su una spesa di 530 milioni), che può interferire su ogni legge votata dalla Camera dei Deputati e che può creare importanti conflitti di competenze con Camera e Regioni.

9) Il testo che viene proposto sembra scritto da ansiosi dilettanti: basti pensare che l’incomprensibile articolo 70 (che tutti dovrebbero leggere per essere più sicuri di votare no) contiene più parole che l’intera costituzione USA.

10) E’ falso affermare che occorre comunque cambiare. Occorre cambiare in meglio, non in peggio, soprattutto quando c’è di mezzo la Costituzione. Una pessima riforma come questa può pesare negativamente per anni sulla vita del nostro Paese e di ognuno di noi. E se vince il NO non si destabilizza il governo, a meno che non sia lo stesso premier, irresponsabilmente, a farlo.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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