INTERVISTA | 19 Ottobre 2018

«Un’Europa pacifica si fonda sulla speranza»

Si svolge dal 18 al 20 ottobre, presso l'Università Cardinal Wyszynski di Varsavia, il secondo Congresso Internazionale della Società Europea di Filosofia morale. In questa intervista al filosofo Josef Seifert i temi centrali del Congresso

di ELISA GRIMI

Dal 18 al 20 ottobre, presso l'Università Cardinal Wyszynski di Varsavia, si tiene il secondo Congresso Internazionale della Società Europea di Filosofia morale. Sono molti i relatori, una trentina, provenienti da diverse università in diverse parti del mondo, filosofi, storici e politici. Il tema scelto per quest'anno è la speranza (Programma: http://moralphilosophy.eu/esmp-2-2018/conference-programme/). La questione sarà affrontata in particolare in relazione all'Europa, al pensiero e alla politica europea. Il congresso si chiuderà con un concerto sulle note di Chopin.

In questa intervista al filosofo austriaco Josef Seifert vengono approfonditi i temi centrali del Congresso.

 

Si sta svolgendo in questi giorni il Secondo Congresso Internazionale della ESMP. Il tema scelto per quest'anno è la speranza. Quale ritiene essere oggi il pensiero europeo? Quale cioè la proposta culturale dell'Europa?

È per me impossibile iniziare a rispondere alle vostre domande senza prima riconoscere e ringraziarvi per aver dato il contributo più significativo alla creazione, contro ogni tipo di ostacolo, e con ammirevole visione ed energia, al progetto della European Society for Moral Philosophy, progetto in crescita e fioritura. Sono onorato di essere stato invitato ad essere membro e relatore della ESMP. Grazie!

Penso che di fronte alle incertezze e alle confusioni, così come di fronte alle forze umane, morali e ideologiche distruttive all'opera nell'Unione Europea finalizzate nel costruire quella che la dichiarazione di Parigi ha chiamato una “falsa Europa”, la scelta della speranza come secondo tema della ESMP (dopo il “Bene)” sia una delle più fortunate.

Contro la Brexit e una fuga politica e ideologica da ogni tentativo di rinnovamento, comprensione e sviluppo dell'Europa, la speranza è decisiva. Ma una profonda riflessione sulla speranza porta anche ad una critica decisiva alla facciata vuota di pace e di felicità europea. Finché l'Europa e il mondo intero pagherà quella che Madre Teresa ha definito la guerra più crudele e sanguinosa contro gli esseri umani più indifesi, che sono troppo vecchi o troppo giovani per difendersi, l'Europa non può realizzare la speranza alla quale siamo legati. La speranza dell'Europa deve essere vera speranza, basata sulla verità e sulla giustizia, non sulle illusioni di costruire un presente e un futuro sorridente ma marci al loro interno.

Se ci aspettiamo di salvare un'Europa pacifica, il tema della “speranza” è decisivo. Gabriel Marcel, un grande filosofo europeo del secolo scorso, ha definito la speranza “la roba di cui è fatta l'anima”. È anche la stessa cosa di cui è fatta l'anima dell'Europa.

La speranza senza la quale l'uomo e l'Europa perderanno la loro anima richiede una profonda riflessione filosofica e morale. In questo momento, in cui l'Europa è minacciata da un disastro di disperazione di questo grande esperimento dell'ultimo mezzo secolo che ci ha regalato 70 anni di una pace politica europea esterna prima sconosciuta, o da una falsa speranza, una riflessione sulla speranza è decisiva. È decisiva anche per evitare che l'Europa si trasformi in una “falsa Europa” in cui riportiamo le nostre speranze ma che dovremmo scansare. Non avremmo potuto scegliere un argomento più rilevante.

Dove la speranza per il futuro dell'Europa non è del tutto morente o morta, la speranza autentica è troppo spesso sostituita da ideologie a buon mercato e superficiali, e da una nozione di “speranza” a buon mercato e indegna. La ESMP ha scelto un tema straordinariamente significativo. Mi auguro vivamente che le nostre riflessioni aiutino l'Europa a scoprire la sua vera speranza e ad allontanarsi da false speranze illusorie e disastrose che alla fine ci distruggeranno.

Temo che non ci sia “una sola proposta culturale europea” o “un solo pensiero europeo”, e dovremmo distinguere tra il bene e il male, le basi marce e sane della speranza per l’Europa.

 

Alcuni intellettuali hanno affermato esserci un problema di identità europea, come se si fossero smarriti i riferimenti anagrafici. Si ricordi inoltre “La Dichiarazione di Parigi. Un'Europa in cui possiamo credere”, documento a cura di molti studiosi (Philippe Bénéton, Rémi Brague, Chantal Delsol, Roman Joch, Lánczi András, Ryszard Legutko, Pierre Manent, Janne Haaland Matlary, Dalmacio Negro Pavón, Roger Scruton, Robert Spaemann, Bart Jan Spruyt, Matthias Storme) e sottoscritto da un'ampia rete di collaboratori. Quale è il Suo giudizio a riguardo? Il documento è denso di speranza per una Europa migliore, crede sia però concretamente attualizzabile o anacronostico?

Credo che la “Dichiarazione di Parigi” chiarisca l'alternativa tra una buona Europa, che dovremmo sperare, e una cattiva Europa, che dovremmo temere. Inoltre, mi sembra che, mentre questo documento è “pieno di speranza”, è anche pieno di preoccupazione che ogni autentica e buona speranza possa essere fatta a pezzi se non ci occupiamo delle vere fondamenta dei diritti umani, dei beni e della pace in Europa. La dichiarazione distingue realisticamente la vera Europa da quella falsa. L’impressione che sia possibile spostarsi quasi automaticamente in un'Europa in cui possiamo credere e sperare sembra pura illusione. Dobbiamo lavorare, dobbiamo lottare, dobbiamo pensare e pregare con ogni sforzo possibile per passare a un'Europa nella quale possiamo seriamente sperare.

 

Lei interverrà con una lezione dal tema “La speranza è moralmente buona?”. Ci può dare un’anticipazione? Quale la sua tesi?

La Sua domanda si riferisce immediatamente alla precedente. Non ogni tipo di speranza è buona, figuriamoci moralmente buona. Molte persone nutrono la speranza di realizzare rapidamente una falsa Europa e un mondo falso.

Solo se la speranza si basa su valori autentici e veri, è buona. La speranza del terrorista di rovesciare un buon governo non è buona; la speranza di avere successo attraverso disastrose riforme educative in cui si perde il vero patrimonio dell'Europa e dell'umanità e le scuole diventano strumenti di stupidità, immoralità, e ideologia, non è buona. La speranza inizia laddove il nostro potere di realizzare il bene finisce. E questa speranza deve essere ragionevole per essere desiderabile, e quindi deve essere diretta ad altre persone da cui dipende la realizzazione delle nostre buone aspirazioni. Quindi, migliore e più perfetta è la persona in cui mettiamo la nostra speranza, e più forte è, più razionale e migliore è, la nostra speranza. In ultima analisi, a differenza del mero ottimismo, la speranza non può che indirizzarsi significativamente a una persona, e a una persona completamente affidabile e che ci può dare ciò che speriamo. In ultima analisi la speranza, per avere senso, presuppone un Dio buono e amorevole. Così, il risveglio della vera Europa e della buona speranza richiede anche una rinascita religiosa e il fondamento della nostra speranza. Mettere tutta la nostra speranza nell'ingegno umano, nella buona volontà, nel potere è illusorio e persino una sorta di “maledetta speranza”.

 

Nel 2017 è apparsa la sua pubblicazione “The Moral Action: What is it and How is it Motivated?”. Sinteticamente che cosa è dunque un'azione morale e che cosa la motiva?

In questo libro difendo una visione di bontà morale che supera l'etica utilitaristica che considera il valore degli atti umani esclusivamente secondo i suoi effetti, ma anche contro le visioni edoniste ed eudemoniste della morale, che cercano esclusivamente o solo, o almeno primariamente, di raggiungere il nostro piacere e la nostra felicità. La vera virtù morale, così come il vero amore, è impossibile senza voler realizzare ciò che è intrinsecamente buono in sé, come il vero amore – al quale ho dedicato un altro libro nel 2015 –, è impossibile senza l'autodonazione e l'affermazione di altre persone per il proprio bene. Eppure ho sviluppato una filosofia di una sestuplice motivazione dell'azione moralmente obbligatoria e buona in cui dobbiamo desiderare il valore morale delle nostre azioni, il cui valore eccelle su tutti i loro effetti esterni. Così ho difeso in questo libro e in molti articoli anche l'intuizione centrale socratica che è meglio per l'uomo soffrire l'ingiustizia che commetterla, e che non serve all'uomo guadagnare il mondo intero subendo un danno nella sua anima.

Un'etica del bene intrinseco che è bene sempre e in tutte le situazioni abbandona anche il malvagio principio machiavellico della vita privata e pubblica che il fine buono giustifica i mezzi malvagi. Una simile “etica non-etica” consequenzialistica minaccia l'umanità e il pensiero teologico morale di molti. Su questo argomento, ho appena concluso in tedesco un libro “Rivoluzione moralteologica: Nuovo Paradigma o vecchio errore etico”.

 

Per il 2019 è invece attesa l'uscita del libro scritto da Lei assieme al professor John Finnis Christian Philosophy and Free Will. Riesce a darci una anticipazione anche di questo scritto? Quale è la tesi principale? Il volume contiene anche delle critiche?

Il suo libro è stato preceduto da una relazione tenuta in Cile presso la Fondazione di una Società Cilena di Filosofia Cristiana. In essa distinguo molti cattivi significati di “Filosofia cristiana” che abbandonano l'autentica conoscenza filosofica razionale e la sostituiscono con un fideismo, cioè una sorta di fides sine ratio (senza ragione) che non è nemmeno possibile. Altri cattivi significati della “filosofia cristiana” si basano su un razionalismo complicato che assorbe completamente il cristianesimo in un'interpretazione che non ha nulla a che vedere con la fede cristiana. Quando Hegel chiamò la sua filosofia “cristiana”, nascose sotto a questa parola che suona bene una totale svolta dei dogmi cristiani e della fede. Tuttavia, oltre a respingere diverse cattive nozioni di “filosofia cristiana”, difendo molte relazioni positive tra fede cristiana e filosofia.

Il testo della mia conferenza è stato pubblicato, insieme al frutto di un progetto biennale di ricerca sul libero arbitrio umano, nel 2013 con il titolo Filosofía Cristiana e libertà, a cura di Gian Paolo Terravecchia. (Brescia: Morcelliana, 2013). L'edizione inglese viene annunciata ogni anno dal 2015 e spero che l’Augustine Press la pubblicherà finalmente e veramente nel 2019. John Finnis, un buon amico e grande filosofo morale australiano-inglese, mi ha onorato con una sua prefazione.

Ho finito una versione molto più grande e completa in spagnolo nel 2017 dal titolo “La filosofia cristiana e la ragione più pura”. Essa sviluppa in modo molto ampio e in generale il punto centrale dei due libri precedenti sotto un titolo simile: cioè che la fede cristiana presuppone necessariamente la ragione e la conoscenza filosofica, ma che d'altra parte la fede non deve mai sostituire la filosofia. Se lo fa, la “filosofia cristiana” sarà una cattiva filosofia o non lo sarà affatto. Piuttosto, nel senso autentico di “filosofia cristiana” (termine fuorviante a causa delle molte confusioni che genera) la fede permette al filosofo, moralmente e intellettualmente, una razionalità della ragione umana più rigorosa, più profonda e molto più pura. Nell'incontro con i misteri della fede cristiana, anche la ragione pura trova il suo supremo compimento. La ragione più pura allude anche alla Vergine più pura. Le sue supreme virtù e la sua umiltà aprirono perfettamente anche il suo intelletto per la conoscenza della verità.

San Bonaventura trovò la meravigliosa immagine di uno dei buoni sensi della filosofia cristiana: l'immagine delle due luci. Se una volta hai visto il mondo alla luce del sole, ne vedrai anche molto di più alla luce molto più debole della luna e delle stelle di notte. Così, una volta che la stessa realtà è stata illuminata dalla rivelazione divina, ne vedrai anche molto di più con la ragione umana.

Una delle idee più importanti di tutti e tre i libri che ho scritto in tre lingue sulla “filosofia cristiana” è che, nonostante i tentativi calvinisti e altri tentativi di vedere il libero arbitrio umano come nemico della grazia e della fede cristiana, gli uomini e gli angeli e il libero arbitrio di Dio sono la colonna senza la quale l'intero edificio della fede cristiana crollerebbe. Né Dio né il diavolo, né la creazione né la redenzione, né il peccato né l'inferno, né il cielo, avrebbero senso senza il libero arbitrio di Dio, degli angeli e degli uomini. Infatti, negare il libero arbitrio alle persone create, trasformerebbe Dio stesso nel diavolo, che sarebbe l'unico responsabile dei nostri peccati e che costringerebbe gli uomini e gli angeli al peccato e poi, ingiustamente, li punirebbe per il peccato di cui Egli sarebbe l'unica causa. Non si tratta solo di un'idea sbagliata e irrazionale; è un'idea diabolica.

 

Il convegno si tiene presso l'Università Cardinal Wyszynski, il cui motto è “Soli Deo” e la cui aula magna è dedicata a San Giovanni Paolo II. Lei ne è stato uno stretto collaboratore e un caro amico, quale è il maggiore insegnamento che ancora si porta custodito nel petto?

A Varsavia intendo presentare una breve relazione tematica e sistematica sulla speranza, non solo quindi di taglio storico. Vorrei mostrare che, sulle orme di Sant'Anselmo di Canterbury, Karol Wojtyìa ha introdotto una novità rivoluzionaria nella filosofia e nella teologia della speranza, una novità di dimensioni tali che né lui né Papa Benedetto né i suoi seguaci della filosofia mondiale hanno ancora realizzato. La speranza è sempre stata legata, nelle filosofie passate, alla nostra felicità suprema e alla nostra realizzazione. Pertanto, san Tommaso ha detto che la speranza è una virtù minore dell'amore, perché la speranza si rivolge a Dio solo come fonte della nostra felicità. Karol Wojtyìa, al contrario, ha sottolineato che se amiamo, non possiamo sperare meno per il bene del nostro amato che il nostro, tanto che la speranza è interamente permeata dall'amore e si estende anche alla felicità degli altri. (Questo è anche profondamente legato alla meravigliosa analisi di Dietrich von Hildebrand dell’intentio benevolentiae dell’amore nel suo libro The Nature of Love, tradotto da John Crosby e John Henry Crosby, South Bend, Indiana: St. Augustine’s Press, 2009, cap. 7). Sant'Anselmo aveva detto, allo stesso modo, che in cielo non gioiremo meno della benedizione di altre persone che della nostra, così che ad ogni entrata di un benedetto in cielo la nostra gioia sarà raddoppiata e moltiplicata in modo tale che la moltiplicazione esponenziale della felicità non avrà limiti e unirà perfettamente l'amorevole auto-donazione e la felicità. Egli aggiunge che ogni anima in cielo sarà infinitamente più felice di sperimentare l'infinita benedizione di Dio che vivere la propria benedizione. Una relazione simile a quella tra amore, benevolenza e felicità domina anche le relazioni tra amore e speranza. Grazie per le eccellenti domande.


ELISA GRIMI

Elisa Grimi è Direttore Esecutivo della Società Europea di Filosofia Morale, Direttore responsabile del giornale internazionale di filosofia, Philosophical News, e Project Manager della piattaforma di interconnessione philojotter.com (il cui lancio è atteso nella sua versione definitiva nel maggio 2018). Il 10 maggio 2014 è stata insignita del primo premio della Fondazione Paolo Michele Erede con un lavoro su "Politica e Network". Ha lavorato e svolto attività di ricerca in diversi atenei nel mondo inclusa Italia, Svizzera, Austria, Germania, Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Ha pubblicazioni in italiano, spagnolo, francese e inglese, tra cui con Rémi Brague "Contro il cristianismo e l’umanismo. Il perdono dell’Occidente" (Cantagalli 2016).

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