ITALIA VS EUROPA | 24 Ottobre 2018

Un governo cieco che si vuole schiantare

Italia a rischio di sanzioni per una manovra che produce debito senza crescita. Anche gli alleati sovranisti invocano la linea dura. Eppure il governo rifiuta il dialogo pensando solo a tweet e sondaggi

di ROBERTO BETTINELLI

E’ accaduto quello che un governo responsabile avrebbe dovuto evitare. Per la prima volta la Commissione europea ha bocciato la legge di bilancio di un Paese membro. Il fatto è molto grave perché se il contenzioso con Bruxelles non si rivolve positivamente, a breve l’Italia andrà incontro a sanzioni onerose e capaci di toccare quote dello 0,2% del Pil. Questa era la multa che Spagna e Portogallo hanno rischiato nel 2016 e che, tarata sull’Italia, supererebbe i 2 miliardi di euro. Ma non sarebbe la sola consguenza negativa. Si deve aggiungere, infatti, la possibilità di non avere più accesso ai fondi europei per finanziare le politiche di sviluppo nei settori cruciali della nostra economia.

Si tratta di effetti di cui l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte è perfettamente consapevole, ma davanti ai quali non sembra avere una strategia di uscita efficace se non continuare a ripetere, come ha fatto il vicepremier Salvini nelle sue più recenti uscite, che «la UE può mandare letterine fino a Natale che tanto la manovra non la cambiamo».

Allo stato attuale la situazione è bloccata con l’Italia accerchiata e priva della possibilità di fare affidamento su quei Paesi che fino a ieri duettavano con Salvini all’insegna di un comune rilancio del sovranismo. Tra questi, indubbiamente, l’ungherese Orban che non ne vuole sapere di agevolare la ripartizione delle quote migratorie e l’austriaco Kurz che ha invitato la Commissione europea a prendere provvedimenti contro la manovra di Salvini e Di Maio.

Uno scenario che dice chiaramente come in Europa, se anche nella prossima turnazione elettorale vincessero le forze sovraniste come auspicato dallo steso Salvini, l'esito non si risolverebbe automaticamente in un vantaggio per l’Italia. Anzi, dall’estrema destra tedesca o francese è lecito aspettarsi una durezza superiore a quella della Merkel e di Macron al di là degli attestati di stima che finora si sono manifestati. Prevarrebbero, in sostanza, le ragioni della politica interna rispetto alle ben più fatue alleanze siglate su scala continentale.

Ma la bocciatura europea del Def diventa ancora più grave se si prende in considerazione che una violazione così palese degli impegni presi è stata provocata da un Paese fondatore e non da un Paese aggregato successivamente, come è avvenuto per esempio nell’ultima adesione delle ex nazioni che erano sotto il controllo sovietico durante la guerra fredda e che erano caratterizzate da economie povere, in difficoltà e bisognose di aiuto. Economie alle quali, peraltro, è stata imposta una sorveglianza severa dei conti in cambio dei benefici che sono legati all’ingresso nell’Europa unita. L’Italia ha fondato l’Unione Europea e possiede la seconda manifattura continentale. Non fosse così la Bce non avrebbe soccorso generosamente, tramite la politica del quantitative easing, i nostri titoli di stato consentendo allo stato italiano di incamerare preziosa liquidità. Un dettaglio, questo, che i nostri attuali governanti sembrano avere dimenticato pur di imporre una linea di scontro con Bruxelles che non offre sbocchi utili per nessuno.

Abbiamo lasciato sul campo 50 miliardi a causa del deprezzamento dei nostri Bot e Btp da quando è nato il governo gialloverde e lo spread, che in precedenza era stabile a livelli accettabili, ormai assomiglia a una giostra impazzita. Il valore attuale è oltre i 300 punti mentre a marzo 2018 era 100 con il risultato che lo stato, costretto a pagare interessi più alti per far fronte all’incremento dei rendimenti, e i contribuenti che hanno acquistato i bond si stanno gradualmente impoverendo.

Un contesto di questo tipo consiglierebbe prudenza e non un atteggiamento di sfida che si appella al rispetto del rapporto deficit-Pil entro il 3%, come prevede la manovra di Salvinie e Di Maio, dal momento che l’Italia è gravata da squilibri macroeconomici agggiuntivi a causa del forte debito. Una cifra che va oltre il 130% del Pil e che è considerata incompatibile con la decisione di dilatare il deficit fino al 2,4% venendo meno agli obbiettivi di riduzione dell’esposizione dello stato italiano al quale, simultaneamente, si contestano le cifre pompate sul versante della crescita.

E’ evidente che il governo Conte, disposto a tutto pur di varare progetti rischiosi come il neoassistenzialismo del reddito di cittadinanza e l’abbassamento dell’età pensionabile, venga interpretato come una minaccia per l’unità dell’Europa. Ma non tutto è perduto. Tre settimane, è questo il tempo della trattativa che hanno a disposizione Salvini e Di Maio per dimostrare che l’Italia vuole continuare a far parte del progetto comunitario. Le usino in modo proficuo senza badare troppo alle logiche miopi del consenso perché, ormai, la posta è molto più alta dell’esito di un tweet o di un post su Facebook.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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