UNIONI CIVILI | 16 Novembre 2016

Un matrimonio chiarificatore

Il caso di Gianni e Piero e il loro matrimonio di comodo rilancia un argomento forte contro le unioni civili. L'amore non riguarda lo Stato. Il punto è che sostenere l'unicità della famiglia naturale non implica alcuna discriminazione. Ecco perché

di ROSSANO SALINI

Quello che fino a pochi giorni fa poteva sembrare un paradosso, un'argomentazione teorica buona solo per appassionati di sofismi, ora si è trasformata in un elemento tanto concreto da essere al centro di un fatto di cronaca salito alla ribalta su tutti i giornali nazionali. Gianni e Piero, infatti, i due amici di Schio che hanno deciso di unirsi in quella sorta di matrimonio camuffato da unione civile introdotto in Italia dal governo Renzi, dichiarando al contempo di non essere omosessuali ma di farlo solo per mero interesse pratico ed economico, hanno tolto il velo dell'astrattezza su un argomento che in realtà è fondante, e che a breve andremo ad esporre.

Nel lungo dibattito intorno alla possibilità di prevedere le cosiddette unioni civili per gli omosessuali, vale a dire niente meno che dei matrimoni veri e propri come poi in effetti abbiamo visto nell'applicazione concreta della legge una volta approvata, una delle tesi portate avanti dai sostenitori della legge era che chi vi si oppone applica una forma di discriminazione nei confronti di chi ha un diverso orientamento sessuale. Sostenere che la famiglia altro non è che quella forma naturale di unione tra un uomo e una donna potenzialmente aperta alla generazione di figli, fondamentale per l'esistenza stessa della specie umana e pertanto posta su un piano diverso rispetto a tutte le altre formazioni sociali di qualunque tipo, era bollato come argomento da omofobi, oltre che da retrogradi e oscurantisti.

Nelle pieghe di questo dibattito non si era però tenuto conto di un fattore fondamentale, che in alcuni casi era stato timidamente avanzato, rimanendo però nel campo della pura teoria. E l'argomento in questione era il seguente: dicendo che non vi è altro matrimonio che quello tra uomo e donna non si pone in essere alcuna discriminazione, dal momento che a tutti, eterosessuali compresi, viene in tal senso impedito di porre in atto un matrimonio tra persone dello stesso sesso. La discriminazione, come noto, prevede che a qualcuno sia impedito qualcosa in virtù di una sua condizione particolare: ti vieto di accedere a queste cariche, di utilizzare questo servizio, di avere una regolare vita lavorativa in quanto appartenente a una certa razza, in quanto di genere femminile, in quanto omosessuale ecc. L'impedimento a contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso non rientra affatto in questa fattispecie, per il semplice motivo che a tutti, non solo agli omosessuali, la cosa sarebbe (ed era fino a pochi mesi fa) preclusa.

Riassumendo: la famiglia, sostengono alcuni, è solo ed esclusivamente quella forma di unione tra uomo e una donna potenzialmente capace di generare figli. Per quale motivo, poi, le persone decidano di unirsi in matrimonio, con che scopi e cosa facciano (o non facciano) sotto le lenzuola, questa è pacificamente accettata da tutti come materia che non pertiene allo Stato. Stante ciò, gli omosessuali risultano intrinsecamente e dichiaratamente liberi di fare tutto ciò che vogliono, e nei loro confronti non è stata da nessuno applicata alcuna forma di discriminazione. Dire «anche io omosessuale voglio sposarmi, e devo essere libero di farlo, altrimenti vengo discriminato» è argomento che non tiene. Si discuta sull'opportunità o meno di prevedere unioni equiparabili al matrimonio tra persone dello stesso sesso; ma si chiarisca una volta per tutte che il tema discriminazione non c'entra nulla. E tolto quell'argomento, come è evidente, la posizione pro unioni civili si indebolisce drammaticamente.

Il caso di Gianni e Pietro dimostra la verità fattuale, non solo teorica, di questo ragionamento. Chi afferma che la famiglia, per sua natura, è solo quella costituita da un uomo e una donna non afferma come conseguenza che gli omosessuali debbano essere discriminati, ma semplicemente che due persone dello stesso sesso non possano costituire una famiglia, omosessuali o eterosessuali che siano. Che siano Nichi e Eddy (con il loro orientamento e le loro motivazioni), o Gianni e Piero (con il loro diverso orientamento e le loro diverse motivazioni) non importa. Non importa e non deve importare allo Stato.

E stupisce che ora ci sia chi parla di «truffa morale», come ha fatto Aurelio Mancuso, leader storico della comunità omosessuale in Italia. Così come lasciano imbarazzati i tentennamenti e le scuse accampate da Monica Cirinnà, secondo la quale «i matrimoni di comodo si sono sempre fatti». Certo che si sono sempre fatti. E allora perché difendere la legge parlando di «vittoria dell'amore» (copyright Matteo Renzi) e altre scempiaggini simili? L'amore non c'entra nulla, e per fortuna! L'amore riguarda le singole persone, riguarda la vita personale, e non deve in alcun modo essere materia di argomentazioni legislative.

Gianni e Piero hanno aiutato a fare chiarezza, e vanno ringraziati anziché bollati come falsi e truffaldini. Una chiarezza che non servirà a nulla, naturalmente, perché i legislatori se ne guarderanno bene dal far tesoro di questo fatto, così come si guarderanno bene dall'affrontare argomentazioni in maniera solida come qui abbiamo cercato di fare.

Meglio parlare di amore, e continuare ad affidarsi a frasi da Baci Perugina.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.