UN MILIONE IN PIAZZA | 21 Giugno 2015

Family Day: «Il governo non può fare finta di niente»

Family Day: nell’era dell’apatia e dell’astensione di massa un milione di persone è sceso in piazza per dire no ai matrimoni gay. Ora tocca ai parlamentari cattolici trasferire la battaglia nella maggioranza e nel governo

di ROBERTO BETTINELLI

Se oltre un milione di persone scendono in piazza per protestare contro un disegno di legge che il governo vuole trasformare in norma dello Stato, la cosa non può non avere una rilevanza politica. Questo è il motivo per cui il Family Day non può essere ricondotto dentro i generici confini di una manifestazione di successo della società civile. E' stata indubbiamente una prova di forza, indipendenza e dinamismo. Ma che ora attende un atto di coerenza da parte di tutti i politici che si ispirano ai principi del cattolicesimo e che possono dire la loro in sede istituzionale. 

L’iniziativa ha mostrato chiaramente quali sono i connotati culturali e religiosi che l’hanno animata. La priorità era chiara: difendere la concezione cristiana della famiglia. Con tutto ciò che ne consegue: no ai matrimoni omosessuali, alle adozioni concesse alle copie gay, al provvedimento del divorzio breve varato di recente dal governo Renzi, alla pratica disumana degli uteri in affitto. 

Sabato è accaduto qualcosa di non propriamente ordinario. E' stato dato un segnale in netta contro tendenza rispetto all’immagine dominante che vede l’opinione pubblica in balia dell’apatia e dell’astensione. Le persone che si sono radunate in piazza San Giovanni erano mosse da una comunanza di ideali e di obbiettivi. Ma chi ha deciso di abbandonare la dimensione del privato per entrare nella sfera del pubblico sia pure per poche ore, non l’ha fatto unicamente per spirito di coerenza. C’era da parte di tutti il desiderio di ottenere un risultato concreto: bloccare il disegno di legge Cirinnà che gode del totale appoggio del premier Renzi. 

Il Family Day non ha nulla a che vedere con la contrapposizione partitica. Ma il suo significato non può che essere 'anche' politico. I veri interlocutori dei manifestanti non erano e non sono gli omosessuali contro i quali non è stata commessa alcuna discriminazione. Ma tutti quei legislatori che saranno chiamati a pronunciarsi sulla norma: il premier Renzi con i suoi ministri, i deputati, i senatori. Insomma, il potere esecutivo e legislativo dello Stato. 

Visto il silenzio ‘calcolato’ del presidente del Consiglio su una vicenda che confessa tutta la sudditanza verso la sinistra del suo partito, è necessario focalizzarci sulle seconde linee per capire che cosa sta succedendo. Le dichiarazioni del sottosegretario del Pd Ivan Scalfarotto e del coordinatore nazionale di Area Popolare Gaetano Quagliariello rivelano una totale divergenza di opinioni. Fa specie rilevare come entrambi militino nella maggioranza. Un aggregato che sul tema specifico non ha saputo conquistare l'unità. C’è chi, come Quagliariello, voterà contro il disegno di legge. E chi invece, come Scalfarotto, voterà a favore. Avversari irriducibili per quanto organicamente inquadrati nella coalizione che ha in mano le sorti del Paese.

C’è da essere sicuri che l’esecutivo non cadrà per colpa della legge ispirata dall’ideologia ‘gender’. Il partito di maggioranza relativa, il Pd, è ben saldo nella decisione di condurla in porto. Qualche defezione, c’è. Mario Adinolfi per esempio. Ma si tratta di casi isolati. «Il governo è deciso» ha detto Scalfarotto liquidando addirittura come «bizzarra» la manifestazione. «Il governo ne resti fuori» ha ribattuto seccamente Quagliariello. La polarizzazione è macroscopica. E insanabile. 

I cattolici che si sentono in sintonia con la ‘domanda’ del Family Day non possono accettare che il governo sia legittimato a rivendicare una colpevole neutralità rispetto alla protesta di piazza San Giovanni. Renzi terrà botta, ne siamo certi. I numeri sono dalla sua parte. Ma la battaglia, durissima, non può essere evitata. La sconfitta, in democrazia, diventa sostenibile solo se si è dato fondo a tutte le energie. Ciò che è intollerabile è l’irrilevanza a priori. Come se non valesse la pena fare alcun tentativo. Come se un milione di persone non rappresentasse nulla agli occhi di un governo dove i cattolici hanno un peso considerevole. Un'influenza che rischia di essere sterile e dannosa se non è supportata dalla giusta dose di coraggio. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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