RIFORME | 10 Luglio 2015

Un po' aggiustata, ma è ancora la vecchia scuola

La Camera ha approvato definitivamente la legge sulla cosiddetta ''buona scuola''. Sui punti chiave, autonomia e carriera docenti, le novità sono poche. Qualche buon colpo di cacciavite c'è, ma il sistema non cambia

di GIOVANNI COMINELLI

Riforma o colpetti di cacciavite? Nel lungo ping pong tra Camera e Senato il dubbio sul DdL “La Buona scuola” era legittimo. Comunque sia, ora la vicenda è chiusa con l’approvazione finale alla Camera. I criteri per giudicare sono di solito due. Il primo: qual è la situazione della scuola reale e qual è la scuola ideale? Adottando questo criterio, si giudica una legge in base alla misura della distanza che essa lascia tra la scuola che c’è e quella che vorremmo. Un secondo criterio è più pragmatico: si giudica una legge in base alla capacità di migliorare, di tanto o di poco, la scuola che c’è. In realtà, i due criteri hanno un nocciolo comune: in tanto si può usare la categoria di migliorismo in quanto si intravede un traguardo ideale.

A queste distinzioni epistemologiche è necessario ricorrere per orientarsi di fronte al risultato legislativo. Il che è come dire: vediamo se c’è qualcosa di nuovo! La Buona scuola era stata annunciata “in hymnis et canticis”, si conclude a bassa voce. Man mano avanzava il dibattito, soprattutto alla Camera, le forze conservatrici di sinistra, di centro, di destra hanno alzato progressivamente la voce, in Parlamento e nelle piazze, per tagliare le punte alle parti più innovative del provvedimento. Così, non soltanto vi sono rinvii al 2016, ma, soprattutto una riduzione consistente, a misura di collegialità, dei poteri previsti originariamente per il preside: può certo assumere il cosiddetto “organico dell’autonomia”, ma all’interno di un quadro di collegialità, stile Decreti delegati, che ne fa un sinonimo di paralisi e di irresponsabilità. Inoltre: un preside deve essere sì valutato, ma potrebbe rispondere solo delle decisioni proprie – in particolare per quanto concerne le assunzioni – non certo di quelle di un Comitato.

I precari: si tratta di un fenomeno multidecennale. L’idea di eliminarli tutti e subito era esagerata, ma la promessa che il meccanismo della loro riproduzione dovesse essere fatto saltare non è stata mantenuta. E ciò per una ragione di fondo, che è la tara peggiore della (mancata) riforma: il persistente centralismo amministrativo, che impedisce alle scuole di praticare l’autonomia organizzativa didattica e perciò di assumere direttamente non soltanto, come previsto, il 7% circa dei nuovi docenti – l’organico dell’autonomia – ma tutti i docenti, organizzandone l’attività secondo un monte ore annuale, non settimanale. E’ la mancanza di flessibilità nell’organizzazione della didattica che genera spazi vuoti e reclama, pertanto, supplenze, destinate a trasformarsi in precariato e in conseguente domanda di regolarizzazione.

Insomma, sui punti chiave: autonomia e carriera dei docenti le novità sono poche. Perciò, mentre si stanziano 200 milioni all’anno per premiare il merito dei docenti, tuttavia l’anzianità come criterio di retribuzione resta prevalente. Né si parla di stato giuridico.

Novità positive riguardano il rapporto scuola-lavoro. L’alternanza diventa un elemento del sistema, le ore di formazione salgono a 400 nel triennio superiore dei Tecnici e dei professionali e a 200 nei Licei. Buona idea è anche quella delle detrazioni fiscali – credito d’imposta al 65% per chi fa donazioni alle scuole (lo school bonus) – anche se il limite delle donazioni è di 100 mila euro: non sia mai che qualcuno voglia darne di più, perché questo potrebbe indicare un’intenzione di volersi impadronire della scuola! Gli Itis migliori vengono premiati con nuove risorse e, comunque, ne vengono semplificati i meccanismi di governance. Complessivamente, scuola e lavoro si parlano più da vicino. Buona anche l’idea di finanziare annualmente con 500 euro la formazione dei docenti…

Insomma: qualche colpo di cacciavite è stato ben assestato, ma la macchina è sempre la stessa. Meglio che niente, meno di quanto sarebbe necessario per riconsolidare i pilastri del sistema di istruzione: curriculum, ordinamenti, politiche del personale, assetto istituzionale e amministrativo. Sul medio-lungo periodo nessun nodo di fondo sarà sciolto. E qui entrano in gioco, come sempre, le questioni essenziali: la cultura politica dell’educazione espressa dalla società civile italiana, dagli intellettuali, dagli opinionisti, dai sindacati, dai partiti, dal Parlamento. Si tratta di una cultura gravemente arretrata, chiusa sulla pretesa egemonia di un fantomatico modello italico – residuo ideologico di tramontate stagioni –, fortemente statalista e centralista, tutta concentrata sulla difesa della forza-lavoro intellettuale, gravemente deficitaria sui temi dell’emergenza educativa. Ma questa è un’altra storia… Anzi, no: è sempre la stessa storia.


GIOVANNI COMINELLI

Laurea in filosofia. Già membro dell’Invalsi e dell’Indire. Scrive di politica e di scuola.
Ha pubblicato: La caduta del vento leggero - Autobiografia di una generazione che voleva cambiare il mondo (2007) e La scuola è finita, forse (2009).

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