LEGA-5 STELLE | 22 Maggio 2018

Premier debole, alleanza instabile

I veri azionisti del governo Lega-5 Stelle sono i leader dei due partiti. Il premier conta meno del programma. Ma l'alleanza giallo verde è instabile e tutta da verificare. Salvini faccia attenzione a non liquidare le categorie di destra e sinistra

di ROBERTO BETTINELLI

Che ci sia Giuseppe Conte a guidare il governo Lega e 5 Stelle non è indifferente. Ma quasi. I veri azionisti dell’esecutivo che il presidente della Repubblica Mattarella si appresta a varare sono Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Conte, per come viene descritto dai giornali e in attesa che ci sia una conferma sul fatto che si sia davvero specializzato alla New York University come invece ha messo in dubbio il corrispondente italiano del Nyt Jason Horowitz, sembra avere tutte le carte in regola per rivestire il ruolo. E’ un docente universitario stimato dai colleghi e dagli studenti, artefice di numerose pubblicazioni nell’ambito del diritto privato. Un esperto di contratti che si trova ad essere indicato come colui che deve presiedere un governo in cui il programma ha la prevalenza e in cui i veri leader saranno altri. Due per l’appunto: il segretario della Lega nazionale Salvini e il capo pentastellato Di Maio.

Una situazione, questa, che è del tutto in linea con la storia di un regime parlamentare quale è appunto quello italiano. Renzi, il contratto, l’ha siglato con l’ex presidente Napolitano. Letta e Gentiloni dipendevano in tutto e per tutto dagli equilibri fra le correnti del Pd. Solo negli anni del bipolarismo più spinto le cose stavano un po’ diversamente: Berlusconi e Prodi, in effetti, avevano maggiore autonomia. Entrambi rappresentavano il motore ideativo e operativo delle rispettive coalizioni. Erano, a tutti gli effetti, insostituibili. Ma è stata una parentesi. Se si retrocede alla fase della prima Repubblica, quando erano le segreterie dei partiti a fare e disfare i governi, i premier erano costretti a lavorare in contesti ancora più difficili e angusti. All’epoca c’erano ancora i paletti imposti dalla contrapposizione fra est e ovest. La guerra fredda obbligava tutti gli attori a muoversi dentro un solco prestabilito.

Non c’è da stupirsi, dunque, se Conte non avrà in mano le chiavi dell’esecutivo. Queste, inevitabilmente,  spettano a Salvini e Di Maio. Con alcuni rischi però. Il segretario della Lega non deve cadere nell’errore di giustificare l’alleanza con una forza a trazione meridionalista e statalista proponendo la fine delle categorie di destra e di sinistra. I sostituti, identificati nelle parole d'ordine popolo ed élite, non sono altrettanto identificabili e dominabili. Utilizzati copiosamente da 5 Stelle, sono valsi il 32% di gradimento nelle utlime elezioni. Ma si può ricordare anche il 40% ottenuto da Renzi alle europee del 2014 grazie allo slogan della rottamazione.

Attenzione quindi ad archiviare il binomio destra-sinistra. La Lega è riuscita a diventare la prima forza del campo del centrodestra proprio perché in materia di sicurezza, rapporto con l'Europa, politica economica e fiscale ha assunto una posizione ben connotata sul piano politico e valoriale. La miscela di federalismo e presidenzialismo, nella campagna elettorale in vista del voto del 4 marzo, è stata la proposta cardine per rinnovare l’organizzazione dei poteri dello stato. Una proposta di ‘destra’ come peraltro la flat tax e l’atteggiamento sovranista nel rapporto con l’Europa. Tutti aspetti che, per esempio, hanno incontrato il favore di Marie Le Pen. La Lega, inoltre, ha già dimostrato di poter crescere singolarmente raccogliendo consensi all’interno del perimetro del centrodestra. Le fibrillazioni con Berlusconi devono essere ricondotte entro limiti tollerabili. Anche perché i 5 Stelle, fin dalle prime battute delle consultazioni, hanno dato l’idea di essere alleati non altrettanto stabili e fidati.

Quanto a Di Maio corre il pericolo, ben testimoniato dal voto regionale in Friuli e in Molise ma confermato anche dall’ultimo episodio della Valle d’Aosta, di perdere consenso proprio a causa del patto siglato con Salvini. La distanza su alcuni punti fondamentali della politica di governo non può essere colmata e a nulla vale il responso positivo dato dai militanti attraverso il voto telematico. Il Movimento 5 Stelle, da quando sono iniziate le trattative per il governo, ha accusato un progressivo ma significativo ridimensionamento elettorale. E non può essere diversamente per una forza che rappresenta istanze tanto remote rispetto alla Lega salviniana.

Lega e 5 Stelle restano potenzialmente avversari. Non sarà semplice convivere dentro un governo che aspira a durare l’intera legislatura. Un governo il cui garante non potrà mai essere il giurista Giuseppe Conte o chiunque sia destinato a prendere il suo posto.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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