CONSIGLIO UE | 29 Giugno 2018

Un veto non equivale ad una vittoria

Il veto di Conte al Consiglio Europeo ridà dignità all’Italia davanti alle prevaricazioni dell’Europa. Ma non è una vittoria. I campi chiusi su base volontaria per i migranti e gli hotspot in Africa al momento appaiono miraggi. Anche Salvini dubita

di ROBERTO BETTINELLI

Conte entusiasta, Salvini scettico e in attesa di toccare con mano gli effetti dell’ultimo Consiglio europeo.

Il premier ha fatto quasi saltare il banco imponendo una rivisitazione della bozza di accordo che ora prevede l’istituzione su base volontaria dei campi di accoglienza chiusi, la creazione di hotspot in Africa per opporre dei filtri ai flussi migratori, una stretta forte sulle Ong ed il rifinanziamento di un programma di aiuti destinato alle nazioni africane che si affacciano sul Mediterraneo oltre al potenziamento della guardia costiera libica con l’invio di una ventina di motovedette.

Per come si erano messe le cose all’inizio a Bruxelles, è comprensibile l’esultanza del premier Conte. Sembrava infatti che, su proposta francese, dovesse essere l’Italia insieme alla solita Grecia ad ospitare i campi di accoglienza. Il no fermo del premier italiano e del ministro degli Esteri Moavero Milanesi, invece, ha costretto tutti ad un ripensamento. Pena l’inconcludenza di un incontro che avrebbe provocato guai seri sul fronte della politica interna al presidente francese Macron e alla Merkel assediata dai falchi della Csu bavarese che sul tema dell'immigrazione chiedono da tempo, e a gran voce, risposte definitive. in merito ai movimenti secondari il pari grado di Salvini, Horst Seehofer, pretende a breve una soluzione che va decisamente contro gli interessi italiani e che stabilisce respingimenti solamente verso i Paesi di primo ingresso. Un punto sul quale Conte, a Bruxelles, non ha strappato alcuna promessa e che seguita ad incombere sul governo gialloverde.

L’Italia ha ottenuto certamente un risultato in merito alle politiche da attuare verso i migranti che partono dalle coste del Nord Africa e sbarcano sulle nostre coste, ed è un risultato interamente riconducibile al veto che ha fatto saltare i nervi a Macron e che ha costretto Juncker e Tusk a rinviare la conferenza stampa prevista in serata. Un veto strategico che ha fatto capire a tutti i presenti come Roma, finalmente, non sia più disposta ad essere lasciata sola davanti all’emergenza. E' passato il principio che i profughi, se sbarcano in Italia, sbarcano in Europa. Nuovi toni e nuovi contenuti per opporsi alla beffa che è andata avanti per anni e che si è acuita recentemente quando, al menefreghismo di Bruxelles, si è aggiunta la condanna morale per avere respinto le navi delle Ong.

Ma un veto, per quanto utile e necessario, non equivale ad una vittoria. La base volontaria dei centri chiusi per l’accoglienza lascia sperare ben poco. Nessuno, infatti, si vedrà costretto ad istituirli. Gli hotspot in terra africana, al momento attuale, hanno già incontrato l’ostilità di Algeria e Marocco come del resto della Libia. Il finanziamento di aiuti per i Paesi di transito, invece, per quanto sostanzioso non raggiungerà mai i tre miliardi finora destinati alla Turchia per bloccare la via balcanica che tanto impensierisce la Germania ed i Paesi del gruppo di Visegràd.

Al netto dunque della novità veto che ha risparmiato all’Italia danni peggiori e che Conte ha avuto la risolutezza di porre in modo inequivocabile, è più che condivisibile l’estrema cautela di Salvini. Al quale va riconosciuto di essere il vero artefice del nuovo corso della politica dell’Italia in seno all’Unione Europea dopo la decisione di chiudere i porti italiani alle Ong senza temere il braccio di ferro con Francia, Malta e Tunisia. Un merito che l’ha imposto come leader del centrodestra e di un partito, la Lega, che sfiora ormai il 30% dei consensi. Un successo che non arride a Conte e Di Maio nonostante con Salvini stiano condividendo la comune ma non altrettanto felice partecipazione al governo gialloverde.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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