VENTI DI GUERRA | 25 Novembre 2015

Una disgrazia chiamata Obama

La politica estera americana sotto Obama sta generando una serie interminabile di disastri. Ora la crisi tra Russia e Turchia che rischia di degenerare. E il presidente Usa sa solo commentare: «La Turchia ha diritto di difendersi»

di ROSSANO SALINI

Le parole sono importanti, diceva con rabbia Nanni Moretti in un suo film. E lo sono veramente. La qual cosa vale in ogni circostanza, e ancor più negli affari politici, soprattutto nei tanto delicati ed intricati affari esteri.

Il presidente degli Stati Uniti d'America Barack Obama è stato per anni osannato come colui che ha riportato uno stile nelle parole della politica, dopo la pausa del rozzo cowboy texano George W. Bush. Ma lo stile non è sostanza. Si possono usare belle frasi per dire nulla, o peggio per dire cose che sarebbe stato meglio non dire.

L'episodio dai risvolti inquietanti dell'abbattimento di un aereo militare russo da parte della Turchia di Erdogan è stato da Obama commentato nel peggior modo possibile: «La Turchia ha diritto a difendere il proprio spazio aereo». Una frase che non dice nulla, in un momento in cui invece bisognerebbe dire tutto il possibile, e anche qualcosa in più, per evitare una escalation che preoccupa il mondo intero.

La frase liquidatoria del presidente Usa è il segno più efficace della politica estera da lui stesso portata avanti in questi anni, e che ha generato quel disastro sempre più ingestibile che è oggi il Medio Oriente. Una politica fatta di alzate di spalle, di interventi senza strategia, di alternanza schizofrenica tra decisionismo militare e velleità pseudo-pacifiste.

Il caos turco-russo è forse il più emblematico, essendo anche il più rischioso. Come si può reagire con tanta superficialità di fronte a un evento dai contorni così inquietanti? C'è di tutto nel caso dell'aereo abbattuto: il problema della rivalità tra Turchia e Russia; il problema dei turcomanni, sostenuti da Ankara, che hanno ucciso i piloti russi; il problema del Free Sirian Army, sostenuto dall'occidente in chiave anti-Assad e trasformatosi in milizia islamica, che abbatte l'elicottero russo arrivato per cercare e soccorrere i piloti. Una catena di problematiche estremamente complesse, che implicano una seria di concause e di corresponsabilità che vanno analizzate, affrontate di petto e risolte.

E invece... «La Turchia ha diritto a difendere il proprio spazio aereo». Tutto qua. Un problema di regole da rispettare. Punto. Hanno capito di più i comici del blog Spinoza, che hanno così commentato l'episodio: «Per spiegare a mia nonna che cosa sta succedendo le ho detto che hanno sparato all'arciduca Francesco Ferdinando».

Il pantano siriano rischia di trasformarsi in una crisi globale. Gli Stati Uniti di Obama non sanno come muoversi, lo fanno male e senza una direzione e una strategia precisa, e nello scenario lasciato libero dalla loro assenza prendono piede figure come quelle di Erdogan e Putin. Certa propaganda di casa nostra anti-Ue e anti-Obama, per altro, sta a sua volta sbagliando innalzando a mito e difensore dell'Occidente Vladimir Putin. Al di là di ogni valutazione sul personaggio, è evidente che lo scenario siriano e della guerra dall'Isis è ulteriormente complicato dall'azione di Putin che, lungi dall'essere un'azione di forza, decisa e strategicamente solida, si sta rivelando ogni giorno di più come portatrice di confusione. La risposta di Erdogan all'azione di Putin, nonché ai timori per un ritrovato accordo tra Obama e il presidente russo, si comprende bene in un clima così incerto e confuso. Tanti galli, e tutti piccoli, in un pollaio. Pollaio che rischia però di fare scoppiare una guerra globale.

La guerra all'Isis si sta trasformando in una pantomima, in cui nessuno si preoccupa dell'Isis ma usa la cornice dell'intervento come pretesto per curare interessi differenti. E intanto la minaccia di un Califfato (che nella confusione si è generato e nella confusione prospera) continua ad aumentare, fino a colpire anche a casa nostra. Nessuno si illude che il ritorno a una politica estera più audace, in stile Bush, possa essere una soluzione immediata. Sappiamo tutti gli errori fatali commessi dal predecessore di Obama. E sappiamo anche che il peccato originale da cui gli Usa devono liberarsi è il legame a doppio filo con paesi come l'Arabia Saudita e il Qatar, implicati mani e piedi con il fondamentalismo islamico. Quel che è certo è che l'incertezza, i balbettii, le frasi senza costrutto di Obama sono oggi la principale causa del disastro siriano e dell'Isis. Nonché dello scontro Turchia-Russia, che speriamo non degeneri.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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