SCORCIATOIE POLITICHE | 02 Novembre 2016

Una riforma a ‘colpi di minoranza’

Come alle europee 2014, col referendum Renzi cerca una legittimazione popolare che non ha. Ma la strada per compensare l'assenza del voto alle politiche non può essere una riforma costituzionale voluta da un partito che è in minoranza nel Paese

di LUCA PIACENTINI

Il verdetto del referendum pende su una riforma della Costituzione approvata a colpi di maggioranza. O, sarebbe meglio dire, ‘a colpi di minoranza’. Sembra infatti questa, volendo rispecchiare il mondo reale e non solo quello istituzionale creato artificialmente da regole e procedure, l’espressione più adatta per sintetizzare una riforma licenziata grazie ad un solo partito, che per di più nel paese rappresenta una netta minoranza. 

Non solo. Secondo i sondaggi il PD non è neppure la singola formazione politica a raccogliere più consensi, visto che l'ultimo sondaggio di Emg per il Tg di La7 decreta il sorpasso del Movimento Cinque Stelle. Secondo la rilevazione, il vantaggio dei grillini sul Partito Democratico vale quasi un punto percentuale (0,9%) e posiziona i pentastellati a quota 31,2%. Al contrario in pochi giorni i Dem sono arretrati dello 0,3%, fermandosi sotto il 31% (30,6%). 

La riforma Renzi-Boschi è stata discussa e votata da una maggioranza parlamentare il cui perno è un partito che su per giù riflette il 30% dei voti espressi alle elezioni politiche del 2013. Altro che condivisione. 

Quando i costituenti pensarono al referendum per rendere effettive le modifiche alla Costituzione apportate con meno dei due terzi della maggioranza alle Camere, probabilmente non si aspettavano che un bel giorno si sarebbe arrivati a celebrarlo per confermare uno stravolgimento della magna charta ottenuto col via libera di un’assemblea tanto lontana dal paese reale. 

Maria Elena Boschi va ripetendo che, fino al termine dei lavori in Commissione, la riforma è stata votata anche da Forza Italia. Alla ministra si fa però notare che a gennaio 2015 lo scenario politico è stato stravolto dall’elezione del capo dello stato, che il Partito Democratico ha condotto in totale solitudine tirando dritto sul nome non condiviso di Sergio Mattarella. 

Anche questo fa parte delle regole del gioco? Certamente. Ma qui si discute di opportunità politica e sostanza: una riforma nata male e costruita peggio, che concentra i poteri nelle mani di una minoranza, votata sostanzialmente da un solo partito che ha consensi risicati nel paese e gestito da un premier che nessuno ha mai votato in Parlamento, è davvero opportuna? Rispecchia sul serio la volontà degli italiani e i desiderata dei costituenti? 

Giustamente Silvio Berlusconi bolla la riforma come «pasticciata e frettolosa» e sottolinea che renderebbe il paese meno democratico, oltre a non comportare alcun vero beneficio economico in termini di risparmi.

Come già all’epoca delle elezioni europee del maggio 2014, l’impressione è il premier Renzi stia cercando per via referendaria una legittimazione popolare che non ha. Ma ancora una volta l’ex sindaco di Firenze usa una scorciatoia politica. Perché, di fronte all’opinione pubblica, la strada maestra della legittimazione non potrà mai essere una riforma approvata a ‘colpi di minoranza’.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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