LA POLEMICA | 17 Marzo 2015

Una rivoluzione liberale per la comunità gay

Il metodo da purghe staliniane inflitto agli stilisti Dolce e Gabbana dovrebbe far riflettere su quale sia oggi il rispetto per la libertà di espressione

di ROSSANO SALINI

Non me ne importa nulla di quello che hanno detto gli stilisti Dolce e Gabbana. Non mi importa sapere se hanno ragione o no. E non mi importa affatto sapere se si siano contraddetti con quanto detto in passato, o se abbiano cambiato idea, o fatto confusione, o se allora oppure oggi siano stati falsi o sinceri, opportunisti o invece onesti.

Non me ne importa niente. Niente di niente. L'unica cosa che mi importa – e che mi sembrerebbe una cosa di una banalità pazzesca, ma che a quanto pare non lo è – è che Dolce e Gabbana, e con loro chiunque altro possa essere totalmente libero di dire quello che crede, quello che preferisce, quello che ritiene essere meglio o peggio nella vita, giusto o sbagliato, desiderabile o non desiderabile.

Ma scusate: Dolce e Gabbana hanno per caso fatto del male a Elton John? Sono andati a casa sua a strappargli il figlio dalle braccia? L'hanno per caso insultato o diffamato? No. Niente di tutto questo. Hanno espresso la loro opinione, sacrosantamente libera e diversa da quella di Elton John e di tutti gli ipocriti indignati che in queste ore stanno insozzando la rete con insulti contro la coppia di stilisti.

Ormai essere liberali non è più solo un'eccezione in campo politico. Anche nelle normali discussioni l'idea stessa dell'affermazione della libertà di pensiero è diventata a quanto pare una cosa secondaria. Prima viene il rispetto o meno dei dettami del pensiero dominante; poi, dentro questi limiti, allora viene magari tollerata anche la libertà di movimento.

Le comunità gay (o Lgbt, come si dice oggi) dovrebbero porsi delle domande a tal proposito, e fare un rigoroso esame di coscienza. Proprio loro, che fanno della difesa di una certa idea di libertà un cavallo di battaglia, sono poi i primi a voler impedire una libera espressione di un pensiero diverso dal loro. E lo fanno con una virulenza da falange armata in azione che veramente stupisce, e che non per nulla è stata definita «fascista».

Diciamolo: occorrerebbe una rivoluzione liberale anche nella comunità gay. Invece di lottare per imporre a tutti uno Stato etico che trasforma i desideri in diritti, dovrebbero innanzitutto recuperare il valore della libertà, libertà di pensiero, libertà di espressione. Che è libertà di tutti, non solo di pochi. Che è libertà di esprimere idee, anche quelle che non piacciono. Cose tanto semplici quanto basilari.

Il dibattito intorno a quanto detto dagli stilisti nell'intervista a Panorama, dunque, non deve assolutamente vertere intorno al merito delle loro dichiarazioni. Non in prima istanza, almeno. Innanzitutto deve generare una sincera e limpida discussione intorno a qual è la situazione oggi della libertà di espressione. Perché reazioni aggressive come il boicottaggio, che pure sono libere e legali, nascondono però – inutile negarlo – una forma di intolleranza per il pensiero altrui che dovrebbe preoccupare. Non sono azioni illegali, lo ripeto, ma sono comunque campanelli di allarme di un atteggiamento culturale ottuso, di rifiuto dell'altro, che non fanno bene alla società in cui viviamo, e che rischiano di ingenerare solo odio e intolleranza. Non è forse meglio una società libera, aperta al confronto, in cui invece di boicottare si preferisca dire: «Non condivido le tue posizioni, ma compro lo stesso i vestiti o i dischi che fai a prescindere dalle opinioni che esprimi»?

Un'ultima riflessione: il modo con cui la comunità omosessuale sta cercando di isolare e bandire due omosessuali che non la pensano secondo i dettami della comunità stessa richiama – solo da un punto di vista culturale, naturalmente – la dinamica delle purghe staliniane, le cui vittime era appunto gli stessi appartenenti al Partito comunista sovietico, rei di non essere sufficientemente allineati e pertanto accusati di essere cospiratori.

Proprio per evitare questi rischi, ripetiamoci fino alla noia quanto sia fondamentale rispettare la sacralità della libera espressione. Sempre, senza eccezioni. Incominciando col chiamare le cose con il loro nome. E dicendo che un'espressione come «odio i froci» è omofoba; e invece un'espressione come «sono per la famiglia naturale» non è omofoba, ma nemmeno per idea. Checché ne dicano tutte le comunità Lgbt di questo mondo. È libera espressione di una posizione, che può non piacere, che può essere contestata, criticata e quel che si vuole, ma che non offende nessuno.

Ripartiamo da qui. Dalle basi culturali. Dalla chiarezza sul linguaggio. E da un sincero e chiaro amore per la libertà.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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