DESTRA | 13 Febbraio 2015

Una voce per cattolici (e non) senza casa

Secondo Galli della Loggia la destra italiana deve «integrare dentro di sé, stabilmente, la cultura del cattolicesimo politico». Per fare questo bisogna dare rappresentanza ai tanti cattolici abbandonati a sé stessi

di ROSSANO SALINI

Ridisegnare i confini culturali di una vera destra italiana è un'ambizione troppo alta, e soprattutto è un esercizio in cui in troppi si stanno cimentando, senza frutto. Non si pretende dunque di aggiungere qui altro materiale a questa impresa.

Però qualche estemporanea considerazione, alimentata soprattutto dalla stimolante riflessione proposta qualche giorno fa sulle colonne del Corriere da Ernesto Galli della Loggia (Tutto ciò che manca alla destra), può essere alla nostra portata. E l'interesse di chi scrive riguarda in particolare il passaggio che l'editorialista dedica all'esigenza, da parte della destra italiana, di «integrare dentro di sé, stabilmente, la cultura del cattolicesimo politico».

Abbandonando subito il campo della teoria politica, è forse opportuno dare qualche esempio molto concreto, per dimostrare come sia difficile capire quale effettivamente sia la cultura del cattolicesimo politico in Italia, e come questa sia nella realtà percepita dai veri protagonisti di questo discorso, ossia i tanti cattolici – magari timidi o distratti – che vivono la partecipazione politica solo in quanto semplici elettori.

Quel che dovrebbe saltare all'occhio guardando quello che accade nelle parrocchie o negli oratori è la grandissima distanza che c'è tra il gruppo (decisamente ristretto) di cattolici attivi in questi ambienti (dai pastori, vescovi o sacerdoti, fino ai laici impegnati) e la stragrande maggioranza di coloro che, con minore o maggior trasporto, frequentano con fedeltà la chiesa quanto meno per la messa domenicale. Il discorso politico e sociale in assoluto più diffuso tra i pulpiti è improntato a un solidarismo di vaga e stemperata matrice evangelica, con un'attenzione predominante ai problemi sociali, e con un diffusissimo richiamo nell'ultimo periodo ai temi dell'immigrazione e dell'accoglienza. Temi che invece non sono affatto il primo interesse della massa delle persone che ascoltano, spesso annoiate, i sermoni che arrivano dai quei pulpiti.

Il cattolicesimo politico italiano vive questa frattura, se non proprio contraddizione. L'origine sturziana e degasperiana della Dc – improntata al valore supremo della libertà (in campo economico e sociale) contro lo strapotere statale, alla tanto contingente quanto convinta scelta ''occidentalista'', all'alternativa tanto al fascismo quanto al comunismo – è stata ormai da decenni sepolta e dimenticata.

Quello che la maggioranza dei cattolici cosiddetti ''impegnati'' non ha mai capito è che il popolo cattolico italiano ha un'impronta (sul piano culturale e politico) che possiamo sicuramente definire liberale, per quanto riguarda il Nord Italia, o più in generale di destra, se guardiamo al Sud.

Il parroco, o il prete dell'oratorio, e i loro pochi fedeli seguaci non rappresentano affatto (e nemmeno lo capiscono, nella maggior parte dei casi) quale sia il vero sentire delle persone che vanno a messa la domenica, o che in maniera spesso vaga e confusa sentono comunque l'importanza di mantenere un rapporto con la Chiesa, soprattutto per quanto riguarda il problema dell'educazione dei figli.

Una destra che voglia intelligentemente «integrare dentro di sé, stabilmente, la cultura del cattolicesimo politico» deve a mio avviso partire da questa considerazione. Andando al di là della semplice e ormai trita distinzione tra cattolicesimo democratico e cattolicesimo liberale (anche perché in Italia s'è visto quasi esclusivamente il primo).

Il punto non è scegliere una parte piuttosto che l'altra. Il punto è più semplice: capire che la stragrande maggioranza di coloro che vanno a messa la domenica o che mandano i figli alle scuole cattoliche, assai prima che occuparsi del problema di come integrare gli immigrati nella nostra società, è gente che vorrebbe un sistema che permetta loro di pagare meno per la retta della scuola materna o elementare, e più in generale pagare meno tasse; vorrebbe un ambiente più sano in cui far crescere i figli senza sbandate educative moderniste; vorrebbe sentirsi più al sicuro quando i loro figli già cresciutelli iniziano a uscire da soli. È gente che, ci fossero meno tasse da pagare e meno scartoffie da compilare, metterebbe su un'impresa, aprirebbe un bar o un ristorante, o un negozietto, si darebbe insomma da fare con intraprendenza.

Di tutte queste esigenze la quasi totalità dei cattolici ''impegnati'' non si fa carico, e pensa ad altro.

Ecco il problema culturale su cui la destra italiana deve drizzare le antenne. Invece che – come giustamente fa notare Galli della Loggia – cercare accordi con i vertici ecclesiastici sui temi etici, per altro con scarsissima convinzione culturale. Non si tratta di impostare una strategia dall'alto, bensì di capire che cosa c'è nel basso, e a quello dare voce e rappresentanza. Solo così anche l'impegno sui temi etici può venire fuori in maniera autentica e convinta, e non invece sforzata e poco credibile (come troppo spesso è successo per la destra berlusconiana).

Ci sono tanti cattolici che si sentono senza casa, che si sentono anzi letteralmente soli nel momento in cui devono decidere come vivere il loro dovere di elettori. E penso di non esagerare nel dire che spesso anche per questo il loro essere cattolici si intiepidisce. Per la distanza che c'è tra le loro esigenze di tutti i giorni (esigenze da cui emerge la domanda nei confronti della politica) e le prediche dai pulpiti che si muovono alternativamente tra solidarismo, ambientalismo, immigrazione e acqua pubblica.

O i cattolici impegnati in politica, e insieme a loro i non cattolici che però riconoscono al cattolicesimo l'importanza di un ruolo determinante nella nostra cultura e società, si fanno carico di affrontare un lavoro (innanzitutto culturale, non tattico) per colmare questo deficit di rappresentanza, o l'auspicio ben espresso dalle parole di Galli della Loggia è destinato a rimanere lettera morta.

Una strada da seguire dunque c'è. Ed è l'unica da cui probabilmente può passare una rinascita (se non proprio nascita) di una vera destra italiana, liberale e popolare insieme.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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