DIBATTITO | 11 Gennaio 2018

Università Cattolica: che cosa sfugge a Melloni

Secondo il professor Alberto Melloni la Cattolica ha iniziato il proprio declino nel momento in cui ha abbandonato la “mediazione”, per sposare la “muscolarità”. Una ricostruzione ideologica, che non vede le ragioni di una crisi ben più profonda

di ROSSANO SALINI

Se la cultura cattolica è in crisi, figurarsi se non lo è anche l’Università denominata “Cattolica”, che di tale cultura dovrebbe essere uno dei luoghi di produzione privilegiati. Una crisi radicale, sostanziale, che non riguarda solo aspetti esteriori o secondari, ma che affonda le proprie radici in una insicurezza di fondo, una debolezza che è di contenuto (e forse anche di fede), prima che di espressione e di manifestazione.

Ha perciò ragione Alberto Melloni, nel suo articolo comparso su “Repubblica” il 4 gennaio, a puntare il dito contro l’incapacità oggi, e ormai da tempo, della Cattolica di fornire figure di rilievo per la vita democratica del nostro paese. Peccato che, come ben sottolineato nell’analisi più acuta svolta in questi giorni intorno alla riflessione di Melloni, vale a dire l’articolo di Elisa Grimi su “La Verità” del 10 gennaio, il professore emiliano sbaglia completamente a individuare le cause e le caratteristiche di tale crisi.

Melloni, si sa, è intellettuale militante: cerca di proporre come oggettive analisi storiche e sociologiche quelle che non sono altro che posizioni tanto legittime quanto evidentemente ideologiche e parziali. L’individuazione del 1983 come data di inizio del declino della Cattolica, cioè la data in cui termina il quindicinale rettorato di Giuseppe Lazzati, campione del cattolicesimo democratico e progressista, del cattolicesimo della “mediazione” tanto caro a Melloni, è il segno più evidente dello schematismo ideologico con cui tale analisi viene condotta.

A questo segue quello che non è altro che un elemento di fantasia, l’ipotesi cioè di un Giovanni Paolo II militarmente impegnato nell’affidare al movimento di Comunione e Liberazione la guida della Cattolica, al fine di creare un’egemonia culturale basata su un atteggiamento muscolare e non più di mediazione.

Pura fantasia, appunto, affidata alla carta con la sicumera con cui si parla di un padre Gemelli «sul cui filofascismo e antisemitismo non si discute». Espressione assai bizzarra per uno storico: si discute, eccome, e non si dà per scontato nulla. Il tono panflettistico ed epidittico delle frasi usate da Melloni sono la riprova più immediata di quanto il suo discorso si perda nelle diatribe tra contrapposte fazioni, ed entri agevolmente nel novero dei testi ricchi di semplici e comodi punti esclamativi.

Abbandonando tale comodità, e provando invece a entrare nel più complesso campo delle argomentazioni, bisogna innanzitutto evitare di contrapporre a quello di Melloni un discorso uguale e contrario, con tanto di apologia della cosiddetta “muscolarità” del cattolicesimo che non piace al professore emiliano.

La crisi della cultura cattolica, oggi, è una crisi generale. È un’incapacità di essere presenti con un contento originale nel dibattito pubblico, perché non si ha più a cuore ciò che in questo dibattito il cattolico può portare. Che non è una modalità di rapportarsi, un’opzione tra la mediazione e la contrapposizione. È un dato, un contenuto. Una verità. E portare una verità non implica affatto un atteggiamento di superbia e di scontro, bensì al contrario un’umiltà di fondo: quella cioè di adeguarsi a un tesoro che il cristiano porta con sé e rispetto al quale è chiamato a scoprirne le infinite implicazioni, e non certo a smussarne e adattarne i contorni a seconda dei contesti, storici o geografici che siano.

Questo vale, naturalmente, anche per l’Università Cattolica. Che, molto più semplicemente di quanto non dica Melloni, e senza false ricostruzioni ideologiche, non ha fatto altro che adattarsi, accomodarsi, secolarizzarsi e lasciare che l’aggettivo «cattolica» si cristallizzasse e perdesse di significato, esattamente come accade in tante istituzioni educative che hanno all’origine una matrice cattolica di cui ci si è completamente dimenticati.

L’assenza di «entusiasmo», la «stanchezza della trascendenza», indicate nel citato articolo di Elisa Grimi, sono esattamente le caratteristiche dominanti di questa crisi. Cosa appunto ben diversa da quanto ipotizzato da Melloni, che nella propria visione - che si vorrebbe quasi definire materialistica, e in un certo senso meccanicistica - riconduce tutto a motivazioni contingenti, ad atteggiamenti, a modalità di porsi. Come se questa crisi fosse un problema di stile, o di sintassi, e non di contenuto.

Un contenuto che però, per nostra fortuna, c’è e rimane, sempre pronto a riemergere, purché qualcuno lo riaffermi e lo riproponga al dibattito pubblico, anche e soprattutto in ambito accademico.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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