REFERENDUM | 04 Dicembre 2016

Urne aperte fino alle 23, gli scenari del dopo voto

E' il giorno della verità per Matteo Renzi e il governo che, alla chiusura delle urne, potrebbero ritrovarsi in una posizione di forza oppure, al contrario, sarebbero spinti a forza verso le dimissioni. Gli scenari

di ROBERTO BETTINELLI

E’ il giorno della verità per Matteo Renzi e per il governo che, alla chiusura delle urne, potrebbero ritrovarsi in una posizione di forza oppure sarebbero spinti a forza verso le dimissioni.
Ipotesi, questa, che viene data come la più probabile in caso di vittoria dei ‘no’ ma che, allo stato attuale, non risulta così facilmente percorribile. E il motivo è soprattutto uno: il Paese è sprovvisto di una legge elettorale. L’Italicum, che ha il difetto di favore Grillo e i 5 Stelle a causa del ballottaggio, è definitivamente caduto in disgrazia. Serve quindi una nuova legge per le prossime elezioni.
E’ questa, in sostanza, la carta che potrebbe giocarsi Renzi per rimanere a Palazzo Chigi. Non fino alla scadenza naturale della legislatura, ma certamente la necessità di predisporre un’alternativa corrispondenti alle indicazioni della Consulta è una soluzione che consente di prendere tempo.
Tutte le forze politiche potrebbero essere chiamate ad uno sforzo comune per individuare a breve la nuova formula elettorale così da restituire al popolo italiano, sarebbe anche ora, il diritto di esprimersi liberamente sui propri governanti. Un negoziato che, prevedibilmente, vedrebbe le formazioni storiche a partire dal Pd e Forza Italia stringere un dialogo più stretto nel tentativo di marginalizzare il Movimento 5 Stelle.
E' questo il probabile scenario di una vittoria dei ‘no’. Una contesa dove, chiusa la partita della legge elettorale, il centrodestra dovrebbe ricompattare le linee trovando un candidato leader credibile, i grillini lanciare Luigi Di Maio nella corsa alla presidenza del consiglio e il Pd fatalmente alle prese con la missione difficile di dare seguito all’esperienza del governo Renzi senza poter ricandidare un premier ormai definitivamente delegittimato a a causa della debacle referendaria.
Sul fatto che non sarebbe Salvini il prescelto per guidare la coalizione di centrodestra, non c’è dubbio. La sua posizione si sta indebolendo all’interno della Lega come si evince dalle recenti dichiarazioni di Umberto Bossi e, in ogni caso, il segretario del Carroccio ha già dimostrato di non essere in grado di far crescere il centrodestra nel suo complesso visto il rifiuto che l’elettorato moderato seguita a manifestare nei suoi confronti. Elettorato che sarebbe invece rassicurato da una personalità di chiara nomina berlusconiana.
Ma veniamo ora ad un’eventuale trionfo del ‘sì’. Il potere di Renzi, a questo punto, sarebbe enorme. Ma anche qui non c’è una sola ipotesi in merito al futuro del governo e del Pd. Da un lato, infatti, si può prevedere una cristallizzazione della situazione attuale se non addirittura un impulso ulteriore sulla base del successo elettorale. Il segretario del Pd, con ogni probabilità, utilizzerà la vittoria del ‘sì’ come surrogato di un’elezione diretta e legittima. Il risultato si tradurrebbe in un maggiore decisionismo da parte del governo con un parlamento ‘inchinato’ ai voleri di Renzi, costretto ad approvare una legge elettorale totalmente schiacciata sui desiderata del Pd. All’interno del partito di maggioranza relativa la minoranza dem, nel contempo, sarebbe rasa al suolo. Insomma, un trionfo assoluto del ‘capo’ al quale farebbe seguito naturalmente una ricandidatura sia nella contesa per la guida del Nazareno sia nelle politiche del 2018.
Restano comunque inquietanti margini di incertezza. Renzi, infatti, si qualificherebbe come un leader privo di bilanciamenti all’interno del partito e delle istituzioni, responsabile di una spaccatura del Paese difficilmente sanabile, alle prese con una crescita del Pil che non lascia intravedere possibilità immediate di riscatto sul fronte dell’occupazione e con un ruolo dell’Italia nella UE che è tutto da ridefinire.
In merito alle conseguenze economiche del voto referendario, c'è da aspettarsi che non saranno determinanti in un caso o nell’altro. Renzi ha mobilitato organizzazioni internazionali come l’Ocse per tirare acqua al suo mulino, ma il prestigioso Economist che in passato non ha mancato di sostenere il premier ha ribattuto prontamente sostenendo le ragioni del ‘no’ ai fini della tenuta dell'economia italiana.
Ultimo dato, ma fondamentale, è l’affluenza. Il varo di una costituzione, perchè sia davvero fondativo e al riparo da contestazioni, pretende un esito inequivocabile. Uno scarto numerico di misura non può generare credibilità.
Se gli italiani, chiamati alle urne dalle 7 alle 23, non daranno un esito incontrovertibile c’è il rischio che il Paese rimarrà diviso e più debole pur in presenza di una rinnovata costituzione che, in aggiunta alle insufficienze tecniche che contiene in abbondanza sul piano della governabilità e della rappresentanza, fallirà nel raggiungere il principale obbiettivo. L’unità della nazione. (Roberto Bettinelli)


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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