IL CASO | 01 Marzo 2017

Usiamo la testa per onorare il dramma di Fabiano

Il caso drammatico di Fabiano Antoniani non può essere né strumentalizzato, né ridotto a fonte di discussioni istintive. Se e quando si legifera, bisogna affrontare le questioni con rigore e oggettività

di ROSSANO SALINI

L'argomento è di quelli in cui bisognerebbe entrare in punta di piedi: il dolore, la morte, il peso di una condizione che fa ritenere il proprio corpo una gabbia dalla quale si attende una liberazione. Tutti dovrebbero entrare in punta di piedi, a prescindere dalle proprie convinzioni. Perché cos'è una convinzione, un pensiero, un'opinione di fronte a un uomo che chiede di morire? Tutto svanisce, tutto perde di gusto. E a ben guardare, quel grido diventa alla fine il nostro grido. Perché mente o vive in maniera incredibilmente superficiale chi nella propria vita, anche se perfettamente sano e in salute, non ha mai almeno una volta considerato la propria condizione umana, il proprio corpo e tutte le contingenze di cui la nostra vita concreta si circonda come una gabbia, una prigione che impedisce la vita vera, la vita piena che tutti desideriamo.

È per questo motivo che mi pare assurdo che l'unico momento in cui il discorso dell'eutanasia e del fine vita assume un risvolto politico è di fronte a casi come quello che tutti con angoscia abbiamo seguito in questi giorni. Oggi, al contrario, è il giorno in cui dovremmo evitare nella maniera più assoluta di trasformare questa triste storia in un pretesto per una disputa di tipo politico. Anche perché è esattamente questo tipo di discussione che sta trasformando la vicenda di Fabiano Antoniani riducendola a un pretesto per contese verbali, in cui quasi nessuno entra in punta di piedi, ma al contrario vi entra con tanto di lancia in resta. Nessuna delle parti è esclusa. E il gesto di Marco Cappato che si autodenuncia, e attira dinanzi a sé la selva di telecamere pronte a captarne il primo piano semi-sorridente, è l'immagine più plastica di cosa significhi piegare un evento tragico ai fini di una propria visibilità personale. È la stessa identica dinamica messa in atto da una Barbara D'Urso e una Maria De Filippi. Nulla di diverso.

Allora torniamo al piano umano, esistenziale. Perché le leggi si fanno solo quando si ha una grande chiarezza da questo punto di vista. Non trascuriamo mai il dettato costituzionale, laddove dice che la Repubblica «riconosce e garantisce i diritti». Troppo spesso ce ne dimentichiamo, e quasi mai ci rendiamo conto di cosa significhi e di quanto lavoro umano e culturale richieda quel verbo «riconoscere». La riduzione delle leggi a meri frutti di accordi politici, e la brevità e reattività delle discussioni in stile Facebook ci hanno fatto dimenticare cosa significa vagliare, considerare, discernere, confrontare: fare insomma quel lungo, faticoso ma appassionante lavoro di indagine culturale ed esistenziale che è alla base di secoli di filosofia e di giurisprudenza, e che non può essere ridotto a un moto istintivo, fosse pure un istinto buono e compassionevole.

Ora tutto sembra vertere intorno al termine dignità: sia per chi ritiene che lo Stato debba consentire quella che viene definita una «morte dignitosa»; sia per chi afferma invece che la vita è degna di essere vissuta in ogni circostanza, e che pertanto uno Stato che legifera sulla morte volontaria è uno Stato che riduce il valore assoluto della vita. Ed è la stessa parola dignità, «dignitas», che è stata – e qui mi permetto di parlare senza mezzi termini – tetramente vituperata da quella realtà d'oltreconfine che lucra sulla disperazione della gente.

Quel che è certo è che in queste discussioni si avverte comunque la spinta a dare al termine «dignità» un valore oggettivo, un valore definibile. E forse questo è uno dei punti essenziali: potremmo forse dire che lo Stato deve dare la facoltà di porre fine alla propria esistenza sulla base di un concetto soggettivo di dignità? Sarebbe impossibile. Un depresso considera il proprio corpo una gabbia alla stessa stregua – se non peggio – di un uomo immobilizzato nel letto: come comportarsi in questo caso? O si trova un confine, un limite oggettivo, o non si può aprire una porta che poi spalanca scenari del tutto imprevedibili, e soprattutto del tutto incoerenti con l'esistenza stessa di uno Stato, di una società che o afferma la vita, o non è. Se vita e morte si equivalgono, non esiste più Stato, non esiste società, non esiste comunità umana, non esiste più quella spinta all'essere e all'esserci che è il motore fondante di tutto il nostro vivere, personalmente e in comunità. Se insomma esiste – ed esiste – il diritto alla vita, come potrebbe esistere il suo contrario?

Non è un caso l'utilizzo del punto di domanda. L'invito è appunto a non chiudere, ma a discutere, a vagliare, a giudicare tenendo conto di tutti gli aspetti. Abbandonare le corazze della battaglia ideologica, e tenere conto sia di quanto vissuto in questi giorni di fronte al dramma infinito di Fabiano Antoniani, sia delle inevitabili esigenze di oggettività e rigore su cui il diritto si fonda e senza le quali non può esistere. Più saremo seri e rigorosi, e più renderemo onore a Fabiano, a chi come lui (nelle sue condizioni o in condizione diverse) guarda alla vita come a una prigione, e a chi invece continua a lottare e ci ricorda quanto la dignità della vita non dipenda dalle sue condizioni esteriori.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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