TERRORISMO | 16 Febbraio 2015

Venti di guerra

Il Califfato del terrore dilaga nel caos della Libia. L’Italia è minacciata. Occorre agire subito, prima di ritrovarci con uno Stato Islamico a pochi chilometri dalla Sicilia

di LUCA PIACENTINI

I leader dell'Occidente avanzato, dei paesi più industrializzati del pianeta, teoricamente in grado di fronteggiare qualsiasi minaccia armata grazie all’indiscussa supremazia tecnologica e militare, sembrano frastornati e quasi intimiditi dalla brutale violenza e dal dinamismo dell'Isis, il Califfato islamico. Dopo l’uccisione di 21 egiziani copti in Libia, gli estremisti hanno alzato ulteriormente i toni della propaganda jihadista, postando un video in cui si agita la minaccia di un possibile attacco alla capitale italiana. «Siamo a sud di Roma», è il messaggio del filmato. Come dire: stiamo arrivando. Quali sono i pericoli più concreti? Combattenti infiltrati tra i migranti mandati al macello nel Mediterraneo? Una minaccia missilistica diretta verso le coste del nostro paese? Attacchi alle strutture e agli impianti delle imprese italiane in Libia, Eni in testa? Il futuro è quanto mai incerto. 

Ma una cosa è evidente: il Medioriente è una polveriera, instabile come non accadeva da anni. Siria, Egitto, Gaza, Iraq, Yemen: davanti ai sempre più numerosi segni del caos, purtroppo la comunità internazionale si muove con estrema lentezza e in ordine sparso. L’Egitto ha risposto all’uccisione dei connazionali bombardando postazioni dell’Isis, ma resta da valutare l'efficacia dell’intervento aereo. La Francia ha chiesto la convocazione immediata del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. 

Mentre la situazione sul terreno è in continua evoluzione e i contatti diplomatici sono sempre più frenetici, è impossibile ignorare la paura dei cittadini italiani: sguardi di stupore e incredulità leggendo i titoli dei telegiornali che evocano una minaccia concreta a poca distanza dal nostro paese. Uno sconcerto che stride col tono disincantato dei racconti di altri italiani, quelli in fuga fatti rientrare dalla Libia con la chiusura dell'ambasciata, i quali descrivono una situazione compromessa ormai da mesi, con Isis «già da un pezzo che è a Tripoli - è la testimonianza raccolta dai cronisti - lo ha detto anche la televisione». 

La situazione in Libia è particolarmente complessa. Dopo la caduta di Gheddafi tre anni fa, le elezioni non sono servite né a pacificare il paese né a dargli un ordinamento condiviso. La Libia è sostanzialmente divisa in due: da un lato il governo di Tobruk eletto lo scorso anno, con cui dialoga la comunità internazionale; dall’altro gli islamisti che controllano Tripoli. In mezzo, l’esercito guidato dal generale Haftar, schierato al fianco del governo di Tobruk con il sostegno dell’Egitto. Non lontano da Tobruk gli islamisti di Ansar Al Sharia hanno dichiarato Califfato la città di Derna, alleandosi con l’Isis, che nel frattempo ha allungato le mani su Sirte e Bengasi.

Secondo alcuni osservatori lo Stato Islamico in Libia può contare su migliaia di miliziani. L'Isis dilaga, la Libia rischia di diventare una propaggine del Califfato iracheno. L'ultima impresa dell'orrore è stata la decapitazione di 21 egiziani copti. Quale sarà la prossima? Il titolare della Farnesina è stato definito «crociato» dagli estremisti: «il proclama che puntava al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni - scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere - è stato interpretato come una chiamata alle armi per chiunque sia in grado di passare all’azione».

Comunque sia, non è l’ora del buonismo. Perché non c'è dubbio: stare dalla parte della giustizia e della dignità della persona non significa certo rimanere a guardare. C'è una sola mossa da fare: passare al più presto all'azione. Difendere le popolazioni minacciate, prevenire il rapido dilagare dell'Isis, che conta di impadronirsi della Libia in poche settimane per porre la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto. Un’azione autorizzata dall'Onu? Una mobilitazione Nato davanti alla minaccia verso un paese membro (il nostro)? Coalizione di governi volontari? In discussione è solo la modalità dell’intervento. Ma l’unica cosa da non fare è rimanere a guardare. Occorre agire, prima di ritrovarci con uno Stato Islamico a pochi chilometri dalla Sicilia.  


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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