CONCORRENZA | 01 Dicembre 2014

Viva l'Italia, l'Italia liberalizzata

Pubblicato l'annuale Indice delle liberalizzazioni dell'Istituto Bruno Leoni. Intervista a Carlo Stagnaro, curatore dello studio

di ROSSANO SALINI

In molti vorrebbero poterlo cantare, come il nuovo ritornello di una canzone ancora da scrivere: viva l'Italia, l'Italia liberalizzata. Ma purtroppo non è ancora tempo. Il nostro paese continua, anno dopo anno, a confermarsi in basso alla classifica nell'Indice delle liberalizzazioni redatto dall'Istituto Bruno Leoni: siamo undicesimi, su quindici paesi europei posti sotto la lente dell'apertura al mercato e alla concorrenza in dieci ambiti economici che spaziano dalle telecomunicazioni al mercato dell'energia, dalle poste ai carburanti. Undicesimi, ma in realtà penultimi, visto che siamo a pari merito con Francia e Danimarca, e battuti – si fa per dire – solo dalla Grecia. Abbasso l'Italia non liberalizzata, verrebbe allora da cantare.

Ma non è solo un problema di classifica, di dati e numeri. Cosa significhi vivere in un paese poco aperto alla concorrenza è una cosa che «si percepisce nella vita quotidiana di ciascuno», come spiega Carlo Stagnaro, Senior Fellow dell'Istituto Bruno Leoni e curatore dell'Indice delle liberalizzazioni: «basta pensare alla bassa capacità che abbiamo di attrarre le imprese estere. Nel momento in cui decidere dove investire, le imprese scelgono altri paesi, dove i servizi sono forniti o in maniera più efficiente, o più diversificata, o meno costosa. E noi ne paghiamo le conseguenze».

La punta dell'Italia non-liberalizzata è il trasporto ferroviario, dove totalizziamo un deprimente 48% di tasso di liberalizzazione. E proprio questo servizio permette un punto di osservazione dei miglioramenti che potremmo ottenere aprendoci alla concorrenza: «Nel trasporto ferroviario abbiamo in realtà in Italia un pezzo di servizio in cui negli ultimi anni è arrivata un po' di concorrenza: si tratta dell'alta velocità, sebbene questo sia un settore molto particolare, che si rivolge a una clientela business e con esigenze diverse dal normale trasporto ferroviario. Però in questo segmento abbiamo visto come l'arrivo anche di un solo concorrente – quindi non stiamo parlando di un livello di concorrenza sfrenato – abbia determinato una serie di miglioramenti nell'attenzione al cliente da parte di entrambi gli operatori, che vanno dalla qualità dei servizi di bordo, alle caratteristiche dei convogli, alla puntualità». E chi dice che cambiamenti del genere portano nel breve termine a uno shock e a un peggioramento nella fornitura del servizio deve ricredersi: «Tutto questo è avvenuto non solo senza traumi, ma con una immediata rincorsa verso l'alto da parte degli operatori, e anche con la creazione di nuovi posti di lavoro. Questo ci dà una buona bussola per capire cosa potrebbe succedere applicando lo stesso metodo anche in altri segmenti del mercato». Situazione diversa, si diceva, per il trasporto ferroviario regionale, per nulla liberalizzato e di bassissimo livello qualitativo anche nelle zone più sviluppate del paese. «Per rendere più aperto e competitivo il trasporto regionale», spiega ancora Stagnaro, «bisogna introdurre due cambiamenti: per prima cosa consentire, in quelle tratte ferroviarie dove c'è mercato e remunerazione, che a fianco del servizio pubblico ci sia un servizio privato, senza oneri per il contribuente e in un contesto di garanzie di sicurezza e di coordinamento degli orari e delle gestione delle tratte. Secondo, nelle tratte non ripagate dal biglietto, affidare il servizio tramite gara. La gara è uno strumento sia per contenere i costi, sia per confrontare le opzioni tra le regioni che scelgono di mantenere un servizio base abbattendo il prezzo dei biglietti, e chi invece sceglie prezzi più elevati per fornire un servizio migliore».

E quindi arriviamo agli effettivi benefici che un sistema liberalizzato porterebbe: «Il primo beneficio è certamente il contenimento dei costi. A parità di qualità del servizio offerto, i servizi pubblici locali gestiti da società interamente possedute dagli enti affidanti si distinguono per la loro inefficienza e incapacità di fare economie. L'Istituto Bruno Leoni ha fatto qualche anno fa – e le cose non sono cambiate in modo significativo – un lavoro comparativo sul trasporto pubblico locale e ha trovato che il costo per chilometro prodotto in Italia è superiore del 30/50% rispetto agli altri paesi europei. Dal momento che nel trasporto pubblico locale i biglietti coprono in media un terzo del servizio, e due terzi sono trasferimenti, ci sono ampi margini di manovra e di scelta: si può decidere di abbattere il prezzo, oppure di dimezzare i trasferimenti pubblici, oppure fare metà e metà. E lo stesso vale per tanti altri ambiti, come acqua o rifiuti. Dove ci sono state le gare in Italia abbiamo visto che o i costi sono diminuiti, o la qualità è aumentata».

Uscendo dall'aspetto particolare dei servizi pubblici locali, il tema liberalizzazioni è parte integrante di un problema politico più ampio, e di cui si discute ormai da troppo tempo in Italia: è possibile attuare un'autentica rivoluzione liberale? E, soprattutto, c'è ancora qualcuno che ci crede? «Noi dell'Istituto Bruno Leoni ci crediamo per forza», sorride Stagnaro. «E ci crediamo non in senso astratto, ma perché siamo convinti che il paese per crescere abbia bisogno di questo. Prima lo si fa e meglio è. Se questo cambiamento l'avessimo fatto dieci o anche solo cinque anni fa oggi ci troveremmo nella condizione di quei paesi che hanno subito la crisi tanto quanto noi ma ne sono usciti o ne stanno uscendo in maniera più efficace. Il caso più interessante da questo punto di vista è sicuramente il caso della Spagna, un paese che ha avuto difficoltà persino superiori alle nostre, ma ha saputo dare risposte più efficaci e oggi, pur con tanti problemi, si trova in ogni caso in un contesto macroeconomico totalmente diverso rispetto al nostro».

E la tanto attesa rivoluzione liberale, per essere piena, non dovrà riguardare solo l'aspetto economico, ma anche altri ambiti come l'educazione e la sanità. Ambiti che, a costo di far precipitare l'Italia ancora più in basso nella classifica, anche l'Indice delle liberalizzazioni dovrebbe iniziare a monitorare. «Non c'è dubbio che vada fatto» assicura Stagnaro. «D'altro canto educazione e sanità hanno diverse somiglianze con i servizi pubblici locali di cui parlavamo prima. Vale lo stesso principio: non è scontato che i servizi debbano essere forniti dal pubblico che opera in regime di monopolio. Abbiamo tante esperienze di apertura alla concorrenza - e parlando di educazione pensiamo in particolare al caso svedese - che hanno dimostrato come il mantenimento delle finalità pubbliche e dell'universalità del servizio sia perfettamente compatibile con un regime concorrenziale».

E forse è proprio questa l'Italia liberalizzata che in molti si aspettano: un'Italia che la smetta di pensare con categorie ideologiche ormai ammuffite nella contrapposizione tra pubblico e privato. Un cambiamento difficile. Ma c'è ancora chi ci crede.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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